In marcia per il clima: costruiamo dal basso il futuro del nostro pianeta

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disastrobrasile

L’acqua inquinata del Rio Doce, nel Brasile sudorientale

Mentre scriviamo queste righe, l’acqua inquinata da sostanze altamente tossiche – mercurio, arsenico, piombo, tra le altre – straripata a seguito del crollo di due dighe nel Sud-Est del Brasile ha raggiunto l’Oceano Atlantico. Si tratta del più grande disastro ambientale della storia di quel Paese, tra i più gravi al mondo, le cui conseguenze dirette si trascineranno forse per oltre un secolo. Eppure, fosse per i media mainstream italiani, non ne sapremmo sostanzialmente nulla.

Il pressapochismo con cui il mondo dell’informazione – in questo riflesso perfetto della politica istituzionale – sta affrontando la questione dei cambiamenti climatici, in particolare verso l’appuntamento fondamentale della Conferenza delle parti di Parigi, oscilla tra la volontà di relegare tale dibattito a una sfera iperspecialista – la comunità scientifica dipinta come portatrice delle magnifiche sorti progressive di una tecnica che permetterebbe di salvare tutto senza cambiare modello di sviluppo – e quella di dissolvere tutto nella sfera dell’opinionismo di bassa lega che si ciba dell’esposizione mediatica dei “disastri” di casa nostra.

Non si tratta né di una questione tecnica né di una battaglia d’opinione: siamo di fronte al nodo più determinante da sciogliere rispetto al rapporto tra la vita umana e il pianeta che la ospita. Una questione, dunque, pienamente politica e da trattare con gli strumenti della democrazia. Da questo punto di vista, quindi, è urgente sottrarre la discussione sulle politiche climatiche alla dimensione esclusiva di un’altra sfera: quella dei rapporti diplomatici tra Stati nazionali senza connessioni con la realtà materiale delle nostre vite, una dimensione che rischia ancora una volta di costruire un compromesso al ribasso totalmente insufficiente a rispondere all’obiettivo minimo che abbiamo di fronte, come già accaduto a Copenhagen sei anni fa.

Dentro quel limite dei 2° C, considerato ormai dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica come la soglia di innalzamento delle temperature nei prossimi 100 anni tollerabile dall’ambiente senza conseguenze irreversibili, ci sono infatti molte cose: la necessità di un nuovo modello produttivo, della promozione di diversi stili di vita, ma soprattutto l’abbattimento delle disuguaglianze e lo stop all’assalto alle risorse naturali (che molto spesso si traduce in guerre e devastazioni ambientali). Ed è emblematico il dato per cui, stando alle ‘promesse’ che gli Stati hanno finora consegnato agli atti della Cop, la temperatura si innalzerà di 2,7° C entro il prossimo secolo, ben oltre il limite previsto, con conseguenze imprevedibili.

Possono sembrare questioni fisicamente e temporalmente distanti. Eppure le conseguenze di queste trasformazioni appartengono purtroppo sempre più alla nostra quotidianità: secondo Legambiente sono 6663 i Comuni Italiani che presentano aree a rischio idrogeologico, più dell’80% del totale. Da Piacenza all’Irpinia, da Genova al Veneto, fino al caso di Messina, rimasta senz’acqua per settimane a causa di una frana che ha interrotto una condotta idrica, il dissesto idrogeologico è ormai una costante nelle cronache del nostro Paese. Vogliamo pensare che l’idea del Governo di rilanciare il progetto del Ponte sullo Stretto proprio durante l’emergenza-acqua a Messina sia stata frutto del noto senso dello humor del Presidente del Consiglio, temiamo invece che all’orizzonte non ci sia nessuna volontà di rivedere profondamente il modo in cui ci insediamo sui territori e investiamo nelle infrastrutture (come ha dimostrato recentemente anche il testo del Masterplan per il Mezzogiorno).

Ci sembra si tratti della stessa mancanza di lungimiranza, ovvero della stessa predominanza dello sguardo breve del libero mercato, che ha portato il Governo a dare il via libera, con lo Sblocca Italia, a nuove trivellazioni petrolifere, in particolare nel Mare Adriatico. Il capitalismo predatorio che fa di tutto, anche cercare scarse riserve di petrolo di bassissima qualità, per allontanare un po’ più in là il momento della necessaria transizione dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili, si sta scontrando in questi mesi in Italia con intere popolazioni mobilitate contro mostri come quello della preventivata piattaforma petrolifera nell’Adriatico “Ombrina Mare”. La questione energetica è, oggi più che mai, una questione di democrazia: decidere come produrre ma soprattutto come e quanto consumare energia, ovvero intervenire collettivamente sulle politiche energetiche, significa imprimere una svolta potenzialmente determinante alla nostra società, attaccando le grandi lobby, distribuendo la produzione dell’energia e regolandone il consumo a fini sociali.

Tanto la prevenzione del dissesto idrogeologico quanto una politica di transizione senza tentennamenti verso le fonti di energia rinnovabili contengono elementi non scontati di lettura delle questioni ambientali, innanzitutto partendo dall’assunto che il mercato, lungi dall’essere la soluzione ai problemi climatici, è parte preponderante del problema. Il territorio non è un numero, non è una risorsa rispetto alla quale stabilire un grado di esauribilità, ma è il prodotto dell’intreccio delle relazioni sociali e delle relazioni uomo-ecosistema in un determinato luogo. Ci sono valori, come l’integrità di un ecosistema o la vita umana, che non sono riducibili alle modellizzazioni del mercato e che sono profondamente incompatibili con il perseguimento della massimizzazione del profitto. L’unico metro in grado di determinare le scelte in questo campo è quindi quello della processualità democratica, fuori dal mercato e dalla sua ricerca del profitto ad ogni costo.

In questo scenario si inserisce il ruolo centrale dei saperi nella transizione ad un altro modello di sviluppo, non solo rispetto alla ricerca e alla trasmissione delle conoscenze e competenze tecnico-scientifiche necessarie per questa transizione, ma soprattutto rispetto alla costruzione di una cultura e una consapevolezza diffusa, cioè realmente socializzata, della necessità di questa transizione. Per questo non sono semplicemente necessari più saperi – ovvero un maggiore investimento nel sistema formativo e nella ricerca, verso la gratuità dell’istruzione e il rafforzamento della ricerca scientifica pubblica – ma anche saperi diversi – contro la tendenza particolarmente rafforzatasi negli ultimi decenni della parcellizzazione delle conoscenze e dell’incapacità di trattare la questione della sostenibilità ambientale come un sapere trasversale a molte aree disciplinari – e saperi per tutti – definendo una prospettiva nuova e più forte di valorizzazione sociale di quanto si studia e si ricerca nelle Università e negli Istituti di ricerca -.

Per fare tutto ciò, è fondamentale rompere definitivamente con la retorica dell’emergenza che spesso innesca una dinamica gattopardiana per cui cambiando tutto si finisce per non cambiare alcunché: siamo infatti di fronte a una crisi strutturale, che si risolve con misure strutturali e non con un ulteriore restringimento degli spazi di democrazia locale in nome dell’emergenza, come invece sta scegliendo di fare il Governo Renzi in una rinnovata tensione centralista. Solo soluzioni strutturali possono allontanarci dalla catastrofe climatica, ma anche dall’emergere di nuovi conflitti in quelle aree che per secoli sono state oggetto di un saccheggio sistematico da parte dei Paesi occidentali. La connessione tra il rapporto equilibrato uomo-ambiente e la pace è sempre più evidente, e a ricordarcelo ci sono in primo piano le decine di migliaia di profughi climatici, che si allontanano dalle loro terre perché esclusi dall’accesso all’acqua, alla terra, al cibo, a una vita degna.

Per costruire una risposta collettiva all’altezza di una domanda impellente di cambiamento, abbiamo partecipato in questi mesi alla Coalizione Clima, una rete di tantissime associazioni di estrazione diversa ma accomunate dall’esigenza di mettere al centro del dibattito pubblico la questione climatica in vista dell’appuntamento parigino. Un’esperienza arricchita in maniera determinante dal percorso di Studenti per l’Ambiente e dalla contestuale partecipazione a tanti percorsi di vertenza e conflittualità ambientale su diversi territori. Per noi la sfida è garantire continuità a un’esperienza che potrebbe mettere in connessione forme e spazi di attivazione tra loro diversi, dal locale al nazionale per arrivare alla dimensione internazionale, con alcune rivendicazioni comuni e, soprattutto, la necessità collettiva di aprire uno spazio di confronto aperto a tutti attorno alle questioni ambientali.

Con questo spirito parteciperemo da tutta Italia alla #climatemarch del 29 novembre a Roma, con lo sguardo alla Cop21 di Parigi ma soprattutto alla possibilità di costruire un percorso collettivo per riannodare i fili della trasformazione possibile e necessaria, sbrogliando la complicata matassa di un presente fatto di saccheggi delle risorse, devastazioni ambientali, disuguaglianze crescenti e guerre. Dobbiamo avere uno sguardo più lungo del mercato, e possiamo averlo solo se pratichiamo costantemente la democrazia: portiamo in basso le questioni climatiche, partiamo dal basso per cambiare il presente e garantire un futuro al nostro pianeta.

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