Sul Sud il Governo “ricomincia da tre”: precarietà, devastazioni ambientali e profitto privato

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troisi

No, comunque, na cosa, io ho capito pure perché a noi
ci hanno sempre chia­mato Mezzogiorno d’Italia, poi, eh?
… sì, no, pe’ es­sere sicure lloro, no?…
che a qualunque ora scende­vano al Sud
se truvavano sempre in orario pe’ ce mangia’ a coppa…
dice: «chello è mezzogiorno, stam­me in orario»
M. Troisi


Il Governo Renzi, dopo aver lasciato passare mesi rispetto agli altisonanti annunci estivi conseguenti alla pubblicazione del rapporto Svimez 2015 (quello che descriveva un Mezzogiorno d’Italia “cresciuto meno della Grecia” negli anni della crisi) ha “finalmente” pubblicato il suo Masterplan per il Sud. Un intervento che dovrebbe essere finalizzato a superare il divario che separa il Paese, generato da quell’economia a due velocità che dall’unità d’Italia in avanti ha fatto del Mezzogiorno una terra da cui estrarre ricchezza e manodopera per sostenere il profitto delle grandi imprese e degli “interessi nazionali”.

Decenni di incuria e malapolitica, quando non pieno consociativismo tra Stato-impresa e interessi della criminalità organizzata, ci hanno lasciato in eredità un territorio in pieno dissesto idro-geologico (come tragicamente ci racconta la situazione siciliana e calabrese), con intere zone inabitabili a causa dell’inquinamento e dei rifiuti tossici,  con interi quartieri delle nostre città e settori dell’economia in mano alle cosche criminali. Un territorio ampliamente occupato militarmente, come dimostrano i diversi “stati di emergenza” dichiarati e la presenza di basi NATO che proprio in questi giorni si stanno sperimentando nella più grande esercitazione militare dalla fine della seconda guerra mondiale, senza servizi, infrastrutture essenziali, garanzie di diritti fondamentali come quello al lavoro e allo studio, o quello alla salute e alla vita che vengono quotidianamente messi in discussione, a Taranto come a Napoli, a Potenza come a Niscemi, dalle conseguenze di un modello produttivo centrato sui profitti e non sul benessere delle comunità. Quella che vediamo è una metà del Paese che presenta tassi di disoccupazione, precarizzazione ed emigrazione più simili a quelli delle tragiche condizioni del Sud del Mondo, che siamo abituati a vedere in televisione come degli eventi lontani di cui provare “compassione”, piuttosto che ad una delle principali economie d’Europa.

Questo senza considerare i problemi e le diseguaglianze generate da un sistema di sviluppo imposto tramite finanziamenti a pioggia ai grandi apparati di potere economico-politico (vd. cassa del Mezzogiorno), senza il minimo coinvolgimento popolare, che hanno prodotto un’industrializzazione forzata quanto debole a macchia di leopardo, che con la crisi è drammaticamente andata in via di disfacimento, completamente scollegato dagli interessi reali dei territori e della popolazione del Mezzogiorno.

In questo contesto il piano del Governo piuttosto che essere un tentativo di risoluzione strutturale ai problemi che il Mezzogiorno d’Italia presenta – non solo in termini di una presunta “arretratezza”, ma nell’ottica di una radicale messa in discussione di un intero modello di sviluppo e di crescita che da Reggio Calabria fino a Trieste ha creato solo sperequazione economica e devastazione ambientale e sociale – sembra essere invece un progetto compiuto di  “creazione d’ufficio” di un vero e proprio laboratorio neo-liberale. Il Masterplan rappresenta un tentativo esplicito di costruire uno spazio economico di  “competizione” e profittabilità a tutti i costi in cui ogni persona deve farsi impresa, una visione del territorio dove tutto è merce e ogni evento occasione di profitto,dove i servizi pubblici vanno finanziarizzati e i cittadini sono dei semplici utenti il cui unico diritto è la “scelta” tra diversi prodotti offerti (che sia una merce o un diritto poco conta). Siamo di fronte a un tassello decisivo della mutazione genetica operata dal Premier Renzi al suo partito, alla sua azione di governo e al Paese intero.

Il piano, in piena ottemperanza allo storytelling del “Governo che fa e vince le sue sfide”, inizia decantando  i ben miseri risultati “positivi” degli ultimi trimestri come i dati sull’occupazione (+2,1% del tutto ascrivibili al “doping d’impresa” impresso con il Jobs act e la legge di stabilità) e dell’esportazione (+7%). Si centellinano, invece, i dati negativi a cui sarebbe necessario trovare una risposta: il contributo ridotto del Mezzogiorno al Pil Nazionale (20%), il basso dato di export (10%) e il tasso d’occupazione al 42,6%.  Neanche una parola sul ritorno e l’estensione  del fenomeno dell’emigrazione e della deseritificazione economica e sociale di intere zone del Mezzogiorno, nessuna parola sulla devastazione ambientale, la povertà dilagante, sull’abbandono scolastico ed universitario, sulla precarietà pervasiva che ossessiona le vite di chi al Meridione ha deciso di restare.  La vita e la storia di un territorio raccontata solo tramite freddi ( ed estremamamente parziali) dati economicisti, in cui le persone sono numeri e i modelli economici legge: in cui si cerca di praticare l’idea di una nuova accumulazione di profitti per i grandi agenti economici ed una “crescita” da imporre al Paese attraverso un rilancio (da leggere con la ben più adatta parola: “sfruttamento”) del Sud e delle enormi potenzialità di penetrazione neoliberista che esso presenta proprio a causa di una presunta arretratezza e incapacità della società civile meridionale.

L’altro grande elemento su cui si basa la retorica di Governo è quello dei fondi: ben 95 miliardi vengono immaginati come base su cui costruire questo rilancio. E pensare che ne servirebbero solo 17 per istituire una misura come quella del Reddito di Dignità, che da sola abbatterebbe sensibilimente le diseguaglianze economiche del Paese. Se si pensa ad un investimento del Governo in legge di stabilità o attraverso un piano di spesa specifico si è sulla cattiva strada. Le risorse vengono dai fondi strutturali Europei (necessariamente da co-finanziare da parte dello Stato e delle Regioni con progetti già discussi, approvati e quindi con pochi margini di iniziativa) -come dimostrato nel caso greco nessuna  istituzione più dell’Europa sembra essere maggiormente interessata ad aprire nuovi spazi al “mercato ordoliberale” – e i 39 miliardi del fondo sviluppo e coesione. C’è addirittura lo spazio di rivendicare il ruolo dell’Italia nel suo semestre di presidenza, che in realtà è stato anonimo ed incapace di “cambiare verso” alle politiche dell’austerità, nell’introduzione della cd. “clausola investimenti” del piano Juncker.

Il piano si articola in 4 parti: una nuova politica industriale, nuove regole di funzionamento del mercato, una nuova predisposizione per i fattori di produzione comune e infine una nuova governance,  perché l’efficienza e la produttività vengono prima di tutto, anche della democrazia, in questo nostro Paese, che dopo una serie di giravolte tecniche e politiche, e in pieno spregio dell’ordinamento costituzionale nato dalla Resistenza, si è risvegliato neo-liberista.

Per quanto riguarda la politica industriale il Governo prevede di uscire dall’ottica di uno sviluppo a macchia di leopardo per intensificare ed estendere i territori da cui estrarre ricchezza. Il modello è quello di filiere produttive autonomamente vitali, capaci cioè di autosostenersi dal punto di vista economico, a prescindere dal loro valore sociale o dalla ricaduta territoriale. Quale direzione dare a questa nuova industrializzazione è possibile capirlo scorrendo la lista dei partner industriali scelti dal Governo: Enel, Eni, Finmeccanica e Fincantieri. Tutto quello che è rimasto dell’ex apparato industriale nazionale, tra i principali responsabili delle opere di devastazione territoriale i primi ( inceneritori e rigassificatori, centrali a carbone e la Tap a Brindisi, le Trivellazioni nell’Adriatico e in Irpinia) e di alcune delle peggiori crisi industriali e occupazionali gli ultimi due.

Particolare attenzione viene data a delle nuove regole di funzionamento del mercato: un interventismo statale volto a modificare le regole in campo per aumentare le percentuali di profittabilità da mettere sul piatto degli investitori. Un vero piano che dietro la retorica, già sentita, della guerra ai monopoli e alle rendite si pone in realtà l’obiettivo della completa privatizzazione dei servizi, dello smantellamento delle municipalizzate, della finanziarizzazione di diritti essenziali tramite lo sviluppo del modello delle multiutility. E’ interessante vedere che tutto questo viene proposto mentre a Messina, che è stata vergognosamente esclusa dalle città principalmente coinvolte dal finanziamento previsto dal Masterplan, si continua a vivere con una carenza idrica dovuta al dissesto territoriale e alla privatizzazione (ma anche la gestione pubblica con un approccio aziendalista e manageriale) del servizio idrico siciliano. Un vero e proprio regalo a vecchi e nuovi colonizzatori, ai privati e ai poteri finanziari. Il tutto all’interno di un quadro che rivendica le agevolazioni date in questi anni alle imprese, nella costituzione di quello che può essere considerato un sistema produttivo “dopato” dove alla mancanza cronica di investimenti in ricerca e sviluppo si risponde con un malcelato aiuto statale agli imprenditori, dimenticandosi sempre invece delle migliaia di lavoratori, disoccupati e precari che invece in questi anni hanno visto smantellato il sistema di protezione sociale proprio tramite una presunta parola d’ordine dell’abbattimento della spesa pubblica.

Anche su quelli che vengono definiti i “fattori di produzione comune” il Governo non fa mistero di puntare ad uno sviluppo completamente inquadrabile nelle più becere logiche liberiste che ci hanno portato nel baratro della crisi. Da un lato la centralità della scuola in quanto produttrice di “capitale umano” e non di cittadine e cittadini dotati di un sapere critico in grado di influire positivamente allo sviluppo dei territori e all’emancipazione individuale. Istituti e comunità scolastiche da valutare e punire, in uno schema nel quale all’ormai consueta dimensione disciplinare della meritocrazia si aggiunge la visione lombrosiana secondo la quale i meridionali sono più sfaticati dei loro colleghi del resto del Paese  e devono quindi essere “educati” con il bastone e la carota, ovvero con criteri meritocratici più rigidi. Un’ottica del sapere completamente asservito all’impresa e ad un determinato modello di sviluppo estrattivo dove tutto è merce che non possiamo non ripudiare in toto. Dall’altro lato nessuna parola spesa sul tema universitario in un momento in cui , a causa dei tagli degli ultimi anni e di una catastrofica “politica del merito” portata avanti dal Ministero attraverso l’Anvur, i principali Atenei del Sud sono a rischio bancarotta, con un servizio per il diritto allo studio esangue, cali vertiginosi delle immatricolazioni, corpo docente e ricercatori in sempre minor numero ed offerte didattiche sempre più dequalificate. Interessante notare come da un lato vengono decantate le possibilità di sviluppo da aprire attraverso una pedissequa applicazione dei criteri del “merito” e dall’altro venga nascosto come questa stessa logica abbia già causato dei danni enormi all’economia e alla produzione sociale di conoscenza del Mezzogiorno.

Vengono inoltre presentate le infrastrutture da completare: un enorme elenco che prevede l’attesissimo piano della Banda Ultra Larga, un potenziamento della portualità e delle logistica, la costruzione dell’alta velocità tirennica, adriatica e di collegamento tra Napoli-Taranto-Bari, l’implementazione del sistema aereoportuale e degli assi viari. Ancora una volta, dietro i grandi annunci, leggiamo un enorme distanza rispetto alla realtà del Paese. Tante grandi opere inutili e nessuna risposta per le decine di migliaia di pendolari che si vorrebbero muovere al Sud e che vedrebbero escluse le loro tratte dall’alta velocità. Un’idea di Mezzogiorno visto come un grande magazzino per il mercato d’Europa (il cosidetto hub delle merci) mentre ad oggi i consumi sono ai minimi storici e il piccolo artigianato, l’agricoltura e la piccola e media impresa sono in crisi.  Certo, il Mezzogiorno ha bisogno di infrastrutture la situazione attuale è insostenibile: è necessario però che esse siano indirizzati ai bisogni della popolazione e non solamente asservite alle richieste degli industriali: trasporti pubblici e infrastrutture per tutti e non inutili grandi opere. Fa specie vedere come in contemporanea all’annuncio del Masterplan il Governo abbia ricacciato dal cassetto il “Ponte sullo Stretto”: una storia pluriennale di megalomania e sprechi da esaltare mentre una parte di Paese affonda sotto il fango.

La proposta si conclude con la richiesta di una vera trasformazione democratica e della governance del Paese, per facilitare i capitali e rimuovere i possibili blocchi democratici di modelli imposti ai territori. La modifica del titolo V della Costituzione, la programmazione co-partecipata  tra Stato Regioni e Città metropolitane attraverso i 15 patti per il Sud, la rivendicata fine dell’ “incertezza regolatoria e dei costi collaterali” presuppongono una nuova centralizzazione decisionale che , come nel caso delle trivellazioni o del commisariamento imposto a Bagnoli, è disposta a mettere i piedi in testa ai cittadini e alle garanzie democratiche nel miraggio del raggiungimento del profitto, premiando gli Enti che più di tutti si impegnano ad assicurare maggiore velocità e possibilità di guadagno agli impreditori.

Il Masterplan per il Sud apre quindi una nuova stagione del Governo Renzi e dei processi di trasformazione del nostro Paese che si sono imposti a seguito della crisi degli ultimi anni: le politiche di trasformazione neo-liberale, la vera faccia dell’austerity, che da “medicina” diventano pratica di governo. Lo sviluppo del Mezzogiorno non passa dall’imposizione di modelli, dall’industrializzazione pesante delle grandi catene nazionali e multinazionali, ma da una diversa via allo sviluppo compatibile con il territorio e con le sue tradizioni, che sappia valorizzare le potenzialità territoriali senza denaturarle, immaginando una nuova idea di politiche industriali che punti sull’innovazione piuttosto che sulla dimensione.  E’ necessario costruire fin da subito gli strumenti di partecipazione necessari ad impedire una nuova corsa allo sfruttamento del Meridione: costruire una mobilitazione popolare, in grado di rivendicare un nuovo modello di sviluppo sostenibile, un nuovo modello energetico basato sulle energie rinnovabili e sull’abbandono delle risorse fossili, un investimento reale in scuole ed università attraverso l’istituzione di vere forme di diritto allo studio e la lotta alla dispersione scolastica ed universitaria, l’istituzione di meccanismi democratici di coinvolgimento dei territori all’interno delle scelte economiche e di sviluppo, è necessario per cominciare a costruire insieme un modello diverso di Paese e di Europa. E’ dal Meridione infatti che si aggredisce il processo di meridionalizzazione d’Europa, che oggi inasprisce le disuguaglianze e costruisce una Europa a diverse velocità e dimensioni. Da Sud a Sud, dal Sud Italia al Sud d’Europa, è necessario innescare un processo di cambiamento capace di sperimentare un ribaltamento della condizione attuale, praticando l’alternativa e sperimentando un nuovo modello di sviluppo che aggredisca il piano dell’austerità e dello sfruttamento e trasformi in avanguardia dell’alternativa i territori oggi considerati fanalino di coda del Paese.

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