#Nessunascusa. La campagna contro l’obiezione di coscienza e per la gratuità della prevenzione!

0 Flares 0 Flares ×
Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

volantinonessunascusaDEFINITIVOLa Relazione sull’attuazione della L.194. La zona d’ombra e i rischi per la salute delle donne.

Questa settimana è stata trasmessa al Parlamento la Relazione sull’attuazione della legge 194 del 1978, che stabilisce norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), nella quale vengono presentati i dati definitivi relativi all’anno 2013 e quelli preliminari per l’anno 2014.L’entusiasmo e la serenità con cui il Governo ha reagito confermano la schizofrenia dello stesso non solo in rapporto alle tematiche di genere ma anche in relazione alle politiche sulla sanità. Di fatti, questi dati devono necessariamente essere letti in relazione al fenomeno dell’obiezione di coscienza che grava non solo sul corpo e sulle esistenze di migliaia di donne in Italia ogni anno, ma anche sull’organizzazione e sul funzionamento di un sistema sanitario nazionale pubblico che non è tuttavia accessibile a tutte.

Stando ai dati ufficiali il numero di interruzioni volontarie della gravidanza è diminuito: ben 100.000 aborti in meno nel 2014, con un calo di oltre il 5% rispetto all’anno precedente. Eppure, nonostante l’ottimismo della Ministra, non possiamo affermare né che questi dati siano soddisfacenti  né passibili di lettura positiva in relazione ai territori presi in esame.

A livello nazionale solo il 60% delle strutture garantisce la fruizione del servizio, ciò significa che “l’obiezione di struttura” si colloca al 40%. Nel caso della regione Molise e della provincia autonoma di Bolzano, i centri dove si può abortire sono meno del 30 per cento del totale delle strutture sanitarie. Si commenterebbe con lo stesso entusiasmo se il servizio sanitario di cui parliamo non fosse l’aborto volontario? Saremmo cioè soddisfatti se solo il 60% delle strutture garantisse un servizio che secondo la legge deve essere disponibile in tutte le strutture sanitarie pubbliche?   E’ altrettanto inaccettabile che nella relazione sia indicato  come un passo in avanti la presenza, nei consultori familiari pubblici, di un “numero degli obiettori di coscienza sensibilmente inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere”.

Per legge un medico può obiettare esclusivamente “dalle procedure e dalle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento” (articolo 9) ma dall’approvazione della L.194 ad oggi numerosi medici, infermieri, farmacisti, ginecologi e altre figure mediche interessati da questo tipo di procedure si sono rifiutati non solo di praticare l’interruzione di gravidanza  e l’aborto terapeutico, ma anche di fornire prima assistenza medica alle donne intenzionate ad abortire, prescrivere e vendere i contraccettivi d’emergenza o anche, nei casi più gravi, sconsigliare l’uso di preservativi o dei contraccettivi orali. Ma fino a che punto una posizione personale etica e/o religiosa non intacca la professionalità di chi obietta e non viola nei fatti il codice deontologico?

La percentuale di ginecologi obiettori resta indissolubilmente altissima: il 70%.  “Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi sono presenti in 8 regioni, principalmente al sud: 93.3% in Molise, 92.9% nella PA di Bolzano, 90.2% in Basilicata, 87.6% in Sicilia, 86.1% in Puglia, 81.8% in Campania, 80.7% nel Lazio e in Abruzzo. Anche per gli anestesisti i valori più elevati si osservano al Sud (con un massimo di 79.2% in Sicilia, 77.2% in Calabria, 76.7% in Molise e 71.6% nel Lazio). Per il personale non medico i valori sono più bassi e presentano una maggiore variabilità, con un massimo di 89.9% in Molise e 85.2% in Sicilia”.

In Italia si abortisce sempre meno. Come interpretare questo dato in relazione ai tassi di disoccupazione, allo smantellamento dei servizi pubblici, all’impossibilità di comprarsi una casa al giorno d’oggi? Nonostante le prospettive intergenerazionali di precarietà esistenziale si decide comunque di crescere un figlio? Le donne italiane nascono tutte indistintamente volenterose di essere  mamme? Oppure si fa meno sesso? Oppure vi è una zona d’ombra, lasciata fuori dalle statistiche e dalla ricerca sociale italiana, l’altra faccia della medaglia che tocca coloro che sono costrette ad abortire in altre regioni, in altri Paesi ma soprattutto, clandestinamente, attraverso il fai da te, rischiando di morire?

Bisogna altresì considerare l’incidenza degli aborti presso strutture private. Infatti, l’interruzione volontaria di gravidanza non necessariamente  viene negata per ragioni individuali ma anche perché spesso vi sono interessi economici per quei medici che offrono  il servizio esclusivamente nelle strutture private.

La situazione è alquanto paradossale. Se da un lato il Governo presenta un rapporto “positivo” sull’attuazione della L.194, dall’altro i dati parlano chiaro rispetto all’illegalità con la quale ci si rapporta a tale strumento normativo.

Tuttavia l’obiezione di coscienza non resta un’azione limitata ai centri e alle strutture che dovrebbero offrirne servizio pubblico. L’obiezione di coscienza è frutto di una cultura arrogante, violenta, inquisitoria nei confronti del corpo e delle vite delle donne. Oggi l’aborto è tornato ad essere cavallo di battaglia di quelle soggettività neo-fasciste, moraliste, reazionarie che mettono in pericolo la libera circolazione dei saperi all’interno di scuole e università. Nessuno spazio per coloro che insegnano l’odio e la violenza mascherate da crociate per la vita, per coloro che sfruttano le debolezze di chi è in difficoltà, per coloro che si alimentano con l’ignoranza e con l’assenza di diritti.

 

Genitorialità e istruzione: gli effetti. La prevenzione diminuisce le gravidanze indesiderate!

Se parliamo di aborto è fondamentale attraversare anche il tema della maternità e della paternità in relazione al tessuto sociale e al contesto politico italiano.  La procreazione, si sa, ha ricadute psicofisiche maggiori sul corpo di chi deve portare per nove mesi – in genere- il bambino nel proprio grembo. Sarebbe opportuno oltre che estremamente necessario che il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca e tutte le agenzie formative si interrogassero rispetto al nesso esistente tra gravidanze in età minorile e abbandono degli studi.

L’abbandono scolastico colpisce il 17,6% degli studenti italiani (il 5%in più rispetto alla media europea). Se da un lato vi è parecchia disinformazione a riguardo della sessualità e i rischi che si corrono senza protezioni, dall’altro l’età media del primo rapporto sessuale è intorno ai 15-16 anni: un’età fin troppo giovane per diventare padre o madre. Spesso non si supporta adeguatamente studentesse e studenti nella scelte e li si lascia in preda alle pressioni familiari, costringendo tantissime ragazze a gravidanze indesiderate, perché lasciate sole e senza supporto contro i giudizi genitoriali che impediscono di abortire nella minore età. Tante ragazze costrette a gravidanze indesiderate abbandonano gli studi e sono costrette a prendere precocemente scelte che incideranno sulla loro vita, a dipendere dalla famiglia, e, per le studentesse meno abbienti, le canalizzano già in una determinata classe sociale. L’educazione sessuale non è un tema che può essere ad appannaggio delle famiglie, ma le istituzioni scolastiche devono garantire supporto ed essere un luogo sicuro per studentesse e studenti, cosa che ad oggi non succede a causa della mancanza di figure di supporto e di connessioni con i consultori – dove funzionanti.

 

Un welfare che lega la donna agli stereotipi di genere

Nel nostro Paese non vi è neppure libertà di scegliere di essere madri: abortire può rappresentare a volte una scelta obbligata, anziché un diritto esercitato in piena libertà come dovrebbe essere, in quanto portare a termine una gravidanza ha delle significative ricadute sulla sfera personale, scolastica o lavorativa della persona interessata.

Spesso, chi incorre in gravidanze indesiderate, abbandona il percorso di studi, ha meno opportunità di vita, è più esposto a ricatti lavorativi e sociali e questo vale sia per le giovani mamme che per i giovani papà a causa di un sistema di welfare che non tutela la piena libertà di tutte e tutti.

Ingrandendo la lente alle prospettive lavorative, le donne di tutte le età, soprattutto le più giovani, si trovano sommerse tra diverse spinte che hanno la medesima radice: una idea stereotipata di maternità ed il maternalismo. Quando e se decide di avere un figlio e mantenere o avviare la propria carriera lavorativa, la donna secondo i dettami sociali dovrebbe essere al contempo madre sacrificale, totalmente assorbita dai bisogni familiari, e madre multitasking, pronta a barcamenarsi tra figli, impegni e lavoro, senza che si dia per scontata la presenza collaborativa del coniuge e senza politiche di conciliazione adeguate.

Non stupisce come una donna su cinque, al momento della nascita del figlio lasci, o perda, il lavoro.

Sia che la donna decida di avere un figlio in giovane età, che più tardi, le sue chanches lavorative sono ugualmente compromesse: il mercato del lavoro attualmente non offre possibilità e tutele, in un contesto culturale secondo cui il benessere psicofisico dei figli è responsabilità soprattutto delle madri. L’Italia è uno dei Paesi in cui è più elevata la percentuale di chi ritiene che un bambino in età prescolare soffra se la mamma lavora.

La divisione dei compiti familiari avviene ancora in base al genere: secondo gli studi dell’Istat le donne occupate che hanno anche responsabilità familiari lavorano complessivamente (nel lavoro familiare e in quello retribuito) dalle 9 alle 11 ore in più alla settimana degli uomini, nonostante abbiano in media orari di lavoro remunerato più corti. Inoltre le donne sono più esposte al part-time involontario e alla precarietà (Istat 2015), fanno meno carriera anche se sono più formate, e vengono pagate meno a parità di mansioni (il cosiddetto gender pay gap, che in Italia è aumentato dal 4,9% al 7,3% nel periodo compreso tra il 2008 e il 2013, in controtendenza con il resto dei Paesi europei).

 

Legge di stabilità ed emendamento sul congedo parentale. Non ci basta!

Il dibattito che si è costruito attorno alle proposte di emendamenti alla legge di stabilità 2016  in discussione in questi giorni sul tema della genitorialità resta purtroppo ancora troppo retrogrado, superficiale e inefficace sul piano delle proposte.

Non possiamo prescindere da un sistema normativo e governativo che, se da un lato non garantisce il diritto all’aborto di ogni donna, dall’altro presenta forti lacune sul tema della genitorialità e non riesce a mettere a sistema un piano di azione che fuoriesca dagli schemi mentali che prediligono solo la donna responsabile della cura dei figli e della casa. Non ci dimentichiamo, infatti, di quanto ha dichiarato la Ministra alla Salute Beatrice Lorenzin sull’Avvenire nel 2014 sulla necessità di “educare alla maternità”; ciò che ancor di più risulta essere preoccupante è la riforma del welfare aziendale, all’articolo 12 della legge, che sosterrà le imprese più attente in materia di conciliazione per uomini e donne attraverso misure di sgravi fiscali e, soprattutto, la fascinazione di questo Governo sul tema del welfare aziendalistico che rischia di sostituire quello che dovrebbe essere un sistema di garanzie, sostegno e tutele appannaggio dello Stato.

Mancano ancora le condizioni di welfare necessarie alla piena realizzazione delle aspettative e dei bisogni, sia a livello familiare, che a livello scolastico e lavorativo delle donne. L’emendamento che parla di misure sulla genitorialità proponendo l’estensione fino a 15 giorni del congedo parentale rappresenta un pallido tentativo della senatrice proponente di rimettere in discussione il tema della condivisione delle responsabilità familiari. Tuttavia, se approvata, tale misura quasi simbolica per quanto è minima sarà in linea con la volontà del Governo di allinearsi agli standard europei, ancora una volta, in maniera ipocrita e non concreta, non tenendo conto delle sopracitate esigenze delle donne.

 

Conclusione.  Meno moralismi, più formazione, più prevenzione gratuita per tutte/i, a partire dalle scuole!

Nel corso degli anni, la legalizzazione dell’aborto non ha cambiato la rappresentazione mutuata e perpetrata dalla mentalità patriarcale, specie da quella di stampo fascista. Ancora oggi il tema dell’aborto è un tabù, se ne parla con vergogna, viene associato a pratiche esecrabili,  schiacciato da una mentalità ipocrita e moralista che cerca di soffocare in tutti i modi la libertà di scelta e di autodeterminazione di quelle donne che rifiutano il ruolo materno. Allo stesso tempo lo stesso ruolo di madre è sottoposto a stereotipi di genere fortissimi e costruito socialmente in un modo che opprime la donna nella piena libertà di intendere la maternità.

Una politica di valorizzazione delle differenze è necessaria per costruire un abbattimento degli stereotipi di genere a livello sociale e nella divisione dei compiti familiari. Ciò è necessario al fine di livellare verso l’alto i diritti, indipendentemente dal genere, senza però annullare i diversi bisogni di donne e uomini nel rifiutare o accettare martenità e paternità. Costruire contemporaneamente uguaglianza delle possibilità e valorizzazione delle differenze per non schiacciare e ingabbiare in ruoli definiti, è un compito che va portato avanti a livello educativo fin dalla scuola.

Non è vero, così come molte associazioni di genitori affermano, che l’educazione sessuale deve essere appannaggio delle famiglie. Rivendichiamo la necessità della centralità non della famiglia, ma delle istituzioni scolastiche, nel promuovere una educazione sessuale non eteronormalizzata orientata all’abbattimento degli stereotipi legati al genere ed agli orientamenti sessuali, promuovendo la piena libertà di essere ed autodeterminarsi.

Le percentuali di allontamento dei giovani dai consultori dovrebbe far riflettere su quanto sia fondamentale promuovere una prevenzione reale.

Oggi è necessario rendere la sessualità e la libertà sessuale indipendente da ogni barriera economica, trasformando ciò che ora è un tabù in uno strumento a disposizione di tutti. In Europa sono l’Italia e la Turchia i due Paesi in cui i giovani mostrano di conoscere poco i metodi contraccettivi disponibili, nel 2010 la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) ne dava l’allarme indicando le cause del mancato utilizzo di contraccettivi per costo o vergogna (53%) o mancata conoscenza (38%) o errato utilizzo (9%).  A fronte di questi dati rivendichiamo quindi la necessità di rendere gratuita la contraccezione e costruire una normalizzazione del rapporto tra studenti e contraccettivi a partire dalla distribuzione nelle classi e dalla promozione dell’educazione sessuale a scuola. E’ necessario costruire connessioni tra i consultori, figure professionali e di supporto, e le scuole, abbattendo i moralismi e dando all’istituzione scolastica il ruolo pedagogico di tutela della libertà e di intermediazione e supporto delle scelte delle studentesse con la famiglia, trasformando una comunità scolastica oggi chiusa e primo strumento di autoriproduzione di forme di moralismo e giudizio, in un luogo sicuro per ogni studentessa e studente in cui esprimere a pieno la propria identità e libertà ed in cui acquisire strumenti di prevenzione.

Rivendichiamo la piena gratuità della contraccezione, apriremo vertenze in ogni Regione per portare avanti questa battaglia di liberazione della donna e di “normalizzazione” dei tabù. Vogliamo la luna? No. Basti pensare al fatto che questo modello di gratuità è già stato sperimentato in Francia e Usa: noto a tutti è il modello Colorado dove la distribuzione gratuita di anticoncezionali ha ridotto del 42% le gravidanze tra le adolescenti.

Partire dalle scuole è solo una piccola risposta ad un problema più complessivo. Rivendichiamo che le politiche di genere siano portate avanti realmente e non si parli di donne solo retoricamente in riferimento al numero di Ministri. Il Governo continua a mettere polvere sotto al tappeto, senza individuare realmente risposte per promuovere il pieno diritto di obiezione delle donne e politiche di conciliazione adeguate. E’ evidente come oggi la componente cattolica abbia una forte influenza sulle scelte di Governo e si stia rafforzando ancor più l’ideologia familistica e paternalistica emersa visibilmente durante il Family Day.

Per queste ragioni lanciamo la Campagna nazionale #Nessuna scusa perché non esistono scuse o giustificazioni di alcun tipo a tutte le violenze che si commettono sul corpo e sulle esistenze delle donne, tra cui anche la negazione del diritto alla salute e all’aborto, perché riteniamo fondamentale che le Istituzioni garantiscano l’attuazione della L.194 in tutte le strutture pubbliche,  perché  è centrale affrontare il tema dell’aborto nelle scuole e nelle università per una maggiore consapevolezza di chi ha rapporti sessuali, perché pensiamo che ormai la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili e di gravidanze indesiderate sia un lusso, a causa dei costi elevati dei materiali contraccettivi! Nessuna scusa!

 

 

Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

related articles

logoretebianco La Rete della Conoscenza è il network nazionale dei soggetti in formazione. Vi aderiscono l'Unione degli Studenti e Link - Coordinamento Universitario.

CONTATTI