Legge sullo“Ius soli”: un passo avanti che non può bastare

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    bimbi-immigrati-267437Con 310 voti favorevoli e 66 contrari la Camera ha approvato la riforma della legge in materia di cittadinanza, che ora approderà in Senato. Un provvedimento che si avvicina al principio dello ius soli, che è un prerequisito minimo di civiltà sconosciuto in Italia, fanalino di coda su questo tema a differenza di altri paesi, tra cui quelli storicamente interessati dall’emigrazione italiana (Brasile, Stati Uniti etc…).

    Come ha scritto recentemente Etienne Balibar, oggi lo ius soli diventa uno strumento fondamentale per rispondere in maniera progressiva alle sfide che il desiderio di libertà ed uguaglianza dei migranti in movimento – più forte di ogni muro e di ogni frontiera – pone ad un’Europa che sembra aver perso ogni anelito sociale, chiusa nella fortezza della tecnocrazia e dell’austerità all’interno e nell’erezione muscolare di muri all’esterno, fino ad arrivare a sparare e uccidere i migranti in arrivo come successo in Bulgaria.

    E’ quindi la riforma della legge sulla cittadinanza un passo in avanti, rispetto ad un dibattito pubblico e una legislazione spesso misera e xenofoba? Sicuramente lo è, ma lo poteva essere in  misura maggiore a quella che potrebbe diventare in parte un’occasione persa, la classica montagna che ha partorito il topolino evitando di affrontare un dibattito generale che cambiasse in profondità il concetto di cittadinanza all’interno del nostro Paese. Come è avvenuto anche col dibattito parlamentare sull’introduzione del reato di tortura, in cui  mille distinguo, mille “se” e mille “ma” hanno finito per limitare la portata dei cambiamenti – giusti e necessari -producendo sostanzialmente la conferma dello status quo e l’introduzione di criteri discutibili. In un’intervista al Manifesto, Mohamed Tailmoun, attivista della Rete G2 (associazione fondata nel 2005 da figli di immigrati e rifugiati), ha dichiarato che gli interessati dal provvedimento potrebbero essere nell’ordine delle 500.000 persone. Per le loro biografie è sicuramente un miglioramento netto delle condizioni materiali delle loro vite, la fine di un apartheid di Stato che divideva fra i cittadini “purosangue” ed esclusi dalla sfera della cittadinanza e dell’esercizio dei diritti. Un possibile cambiamento di scenario di cui non possiamo che essere felici.

    Ma è importante intervenire anche sulle criticità, che ci vedono contrari e preoccupati per l’incapacità della politica di garantire pienamente i diritti senza porre ogni volta dei distinguo, dei limiti, dei condizionamenti. L’incapacità di una classe dirigente di dire forte e chiaro che è cittadino chiunque contribuisca in maniera attiva alla vita sociale del Paese. Una prima criticità,infatti, riguarda il fatto che per acquisire la cittadinanza sia necessario che almeno uno dei due genitori disponga del “permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo”: ciò comporta che un diritto essenziale come la cittadinanza sia subordinato alla disponibilità di lavoro, di un’abitazione con determinati requisiti e di un reddito minimo stabilito con un provvedimento amministrativo. Risulta chiara la discrezionalità e un certo razzismo insito in questo limite: a nessun cittadino italiano vengono poste queste barriere, che invece saranno determinanti per i figli dei migranti. Barriere che sono difficili da superare in un paese dove manca una politica pubblica sull’abitazione e dove il lavoro – per via delle controriforme dei recenti governi di cui il Jobs Act è l’ultimo atto – è sempre più precario (quando non in nero o assente), con i migranti che pagano in prima persona i costi sociali e umani di queste politiche e di queste mancanze delle istituzioni.

    Bisogna poi riflettere sul cosiddetto “ius culturae”: ossia i minori che non sono in possesso dei requisiti per l’applicazione dello “ius soli” ma che hanno frequentato cinque anni negli istituti scolastici italiani potranno accedere alla cittadinanza. Ma anche qui si pone ancora una volta un limite, un condizionamento: è possibile accedere alla cittadinanza solo nel caso in cui non è intervenuta nessuna bocciatura. Ancora una volta viene recuperata la retorica della meritocrazia, nel nome del quale sono state smantellate la scuola e l’università pubbliche del nostro paese. In questo caso la meritocrazia appare visibilmente per ciò che in realtà è sempre stata: uno strumento classista di consolidamento delle gerarchie sociali. Sono infatti proprio i soggetti sociali più deboli, come i figli dei migranti, a pagare di più le contraddizioni dei tagli all’istruzione, del continuo sottofinanziamento che non permette le condizioni per l’inclusione sociale di chi oggi è escluso. Una società e un’istruzione di classe, come da copione della “Buona Scuola” di Renzi e della Giannini, dove chi parte da condizioni svantaggiate è valutato e punito. Infine nessun intervento viene previsto per agevolare le procedure di richiesta della cittadinanza per gli adulti, per incentivare realmente in Italia un’idea di cittadinanza piena e multietnica in grado di valorizzare in senso pieno il contributo che tutti danno al Paese liberando le differenze per costruire le uguaglianze.

    Per questo non possiamo essere pienamente soddisfatti della nuova legge sulla cittadinanza. Auspichiamo, e in questo senso sarà centrale una battaglia politica e culturale all’interno del paese, che in Senato si registrino i cambiamenti necessari per realizzare davvero una riforma giusta e inclusiva. Ribadiamo invece che continueremo a lottare, senza delegare ad un gattopardismo che non conosce rottamazione, perchè l’Italia e l’Europa cambino davvero, a partire dalla richiesta di libertà, giustizia ed eguaglianza che i corpi, i sogni e le aspirazioni dei migranti continuano a mettere in campo per la dignità e i diritti di tutti.

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