Il numero chiuso non è salutare: ripensare la formazione per la sanità pubblica di domani!

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Numero-chiuso-non-salutare-originaleDomani circa sessantamila aspiranti medici proveranno il test d’ingresso alle facoltà di medicina. Poco meno di una persona su sei avrà la possibilità di continuare gli studi in tal senso, per gli altri si aprirà la scelta tra ritentare l’anno prossimo, rinunciare agli studi oppure ripiegare su una seconda scelta, mettendo da parte aspirazioni personali e curiosità.

La giornata dei test d’ingresso è anche l’unico momento in cui i riflettori mediatici si focalizzano sul tema della formazione medica, senza sviluppare però un ragionamento complessivo sulla Sanità italiana e sulle trasformazioni che sta vivendo.

Di volta in volta ci si è concentra ora sull’accesso a medicina, ora sul numero delle borse di specializzazione, o sui tecnicismi del bando per le specialità.

Ma gli stessi dati, che timidamente ogni tanto riescono ad emergere, sono impietosi, e dimostrano tutta l’inadeguatezza anche di quella che fino ad ora è stata definita programmazione. Il divario di più di diecimila professionisti, tra i pensionamenti e gli ingressi (come abbiamo avuto modo di analizzare nella scheda tecnica sul cosiddetto “doppio canale” di formazione), la carenza dei medici di medicina generale (nel 2013 l’ENPAM lanciava l’allarme dalle colonne del Corriere della Sera), la questione imprescindibile del blocco del turn over, specialmente nelle regioni sottoposte a piani di rientro, pongono dei problemi complessi, che hanno bisogno di risposte all’altezza.

Ed ancora, la questione della medicina difensiva, che da più parti è additata come una delle principali cause della crescita della spesa, e la corruzione, che il rapporto “Illuminiamo la salute” di Libera indica come una causa importante di sottrazione di risorse, umane e materiali, al sistema sanitario.

Il fatto che i problemi siano molti, infatti, non giustifica affatto il provare a dare soluzioni semplicistiche e separate tra loro, ma al contrario obbliga ad analizzare in primis il contesto complessivo all’interno del quale si opera, fermandosi a riflettere insieme, superando steccati e rendite acquisite.

Poco o niente è stato fatto per avere una visione d’insieme, una visione che abbracciasse la formazione da un lato, ma anche le prospettive del sistema sanitario e della salute della popolazione dall’altro, ricollegando in realtà poi lo studio ad una prospettiva di cura, cosa sempre più assente nei nostri corsi di laurea, come dimostra l’appello della RIISG, “Ripensare la Formazione Medica”, e come ogni giorno possiamo vedere nelle nostre università.

Serve cioè che tutte le forze implicate nel processo di cura, compresi i cittadini, trovino finalmente il coraggio di riappropriarsi dell’intero patrimonio del nostro sistema sanitario e che, attraverso un processo partecipato, basato sulle esigenze e sulle migliori tecnologie, sui professionisti e sui recenti sviluppi della medicina di comunità, si torni a mettere al centro il servizio e la salute collettiva.

Le alternative ci sono, e di molte di queste si parla oramai da anni. Dal Chronic Care Model, con tutte le sue successive evoluzioni, fino ad un modello originale di integrazione socio-sanitaria, le vie per superare l’ospedalocentrismo di cui ancora soffre il nostro Sistema Sanitario esistono, e la volontà di percorrerle o meno dipende non solo dai decisori politici, sempre più impegnati ad amministrare l’esistente e sempre meno disponibili ad una programmazione a lungo termine (non spendibile di certo sul piano elettorale), ma sempre di più dalla volontà di coloro i quali, pazienti e professionisti, vivono quotidianamente i luoghi della salute.

Ovviamente, di fronte a prospettive del genere, non ci sono algoritmi che tengano, e le uniche previsioni sui fabbisogni si potranno fare solo in un secondo momento, fermo restando il fatto che ogni dato, ogni risultato, come ciascun professionista della salute sa bene, non è mai univoco, ma richiede sempre una corretta interpretazione.

La priorità è e deve restare politica, non meramente tecnica, perchè, come conclude il rapporto sullo stato del SSN del senato, approvata nel 2015: “il sistema è tanto sostenibile quanto noi vogliamo che lo sia. […]  Non si tratta di un problema economico, la sostenibilità del diritto alla salute è prima di tutto un problema culturale e politico.” Per essere chiari, quindi, il nostro sistema sanitario non è assolutamente sovradimensionato come alcuni vorrebbero farci credere, non è assolutamente insostenibile economicamente come da più parti si dice, ma è sicuramente in sofferenza, e necessita di profondi cambiamenti che lo rendano capace di affrontare le sfide di salute che i cambiamenti demografici, sociali e politici degli ultimi anni pongono.

Altrettanto sicuramente è necessario però che tali cambiamenti siano guidati dal basso, cioè da tutti coloro i quali vivono quotidianamente i luoghi della salute e della formazione. Un tale processo di cambio di paradigma non può che essere fatto consultando tutti gli attori in gioco sulla scena della Salute, attraverso un processo lungo e di confronto che dia nuove forze e energie in un contesto che forse più di tutti, proprio per la sua stessa natura assistenziale e sociale, ha sofferto degli stravolgimenti politici ed economici dell’ultimo ventennio.

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