Ancora un attacco alla tutela del paesaggio nel Ddl Madia

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“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”; l’articolo 9 della nostra Costituzione è chiaro e scritto con una lungimiranza che non è evidentemente  appannaggio della classe politica odierna.

Il motivo di critica è la novità contenuta nel disegno di legge Madia di riforma della pubblica amministrazione (C. 3098 recante “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”), all’esame dell’Aula della Camera il 17 luglio scorso.

Nel quasi totale silenzio degli organi di stampa e comunicazione è passato al vaglio del governo il principio per cui sotto il nome dell’efficientismo, principio tanto caro ai renziani, si può passare sopra a qualsiasi approfondimento necessario per tutelare ambiente e paesaggio. La legge stabilisce (all’articolo 7) la trasformazione delle prefetture in «uffici territoriali dello Stato, quale punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini» sotto la direzione del prefetto, e quindi delega il governo a disporre la «confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato», comprese quindi le Soprintendenze che tuttavia mantengono sulla carta la loro autonomia decisionale nel campo che loro compete. Infatti di  fronte alla reazione unanime del Mibact, delle Associazioni di categoria, dei sindacati e di tutte quelle realtà  impegnate quotidianamente per la salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente e del patrimonio culturale, la Camera ha approvato un ordine del giorno che «impegna il Governo a prevedere che le funzioni dirette di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali rimangano di competenza esclusiva ed autonoma dell’amministrazione preposta alla tutela dei beni culturali». Tuttavia il conflitto di interessi sarà palese e non si risolverà facilmente a favore delle Soprintendenze, sorpassate nel loro potere decisonale dai pareri prefettuali, improntati all’efficenza, alla velocità, allo snellimento burocratico contro qualsiasi decisione di vincolo paesaggistico, storico-artistico, archeologico spettante da legge (Codice dei Beni Culturali del 2004) alle Soprintedenze.

La pericolosissima norma del silenzio-assenso contenuta nello stesso disegno di legge ne è una prova. Quest’ultima recita che, passati 60 giorni dalla richiesta di parere alla Soprintendenza da parte di una pubblica amministrazione per interventi in aree sottoposte a vincolo, in assenza di risposta dagli uffici della Soprintendenza i richiedenti in questione (solo pubbliche amministrazioni) possono procedere anche senza il suo parere (“Decorsi i suddetti termini senza che sia stato comunicato l’assenso, il concerto o il nulla osta, lo stesso si intende acquisito”).

Il Consiglio superiore del Mibact ha presentato subito una mozione, chiedendo di rivedere l’articolo in questione::

“Il silenzio-assenso è uno strumento rozzo e pericoloso, rappresenta una risposta sbagliata ad una esigenza giusta e risulta inefficace per contrastare pratiche corruttive. In un campo tanto delicato, come quello della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, è assolutamente necessaria una valutazione tecnica esplicita da parte degli uffici competenti, anche per ribadire l’esigenza di una loro responsabilizzazione in scelte così importanti per il patrimonio dell’intera comunità nazionale e mondiale”.

Il Consiglio superiore del MIBACT propone, infine, come soluzione alternativa ad un problema reale – quello dell’inefficenza e della lentezza di organismi amministrativi territoriali, quali le Soprintendenze, sovraccaricati e sempre più privi di risorse materiali e umane dopo i continui tagli degli ultimi anni – di “rendere obbligatoria, secondo quanto già previsto dal Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, la rapida adozione da parte di tutte le Regioni italiane dei Piani Paesaggistici Territoriali, i quali, consentendo una conoscenza approfondita del territorio e introducendo chiare regole di trasformazione, rendono molto più celeri anche le procedure autorizzative”.

Il governo venendo incontro alle richieste del Mibact non si è espresso su quest’ultima indicazione, ma ha proposto un semplice allungamento dei tempi di risposta degli uffici della Soprintendenza da 60 a 90 giorni. È stata ottenuta  anche l’annullabilità d’ufficio di quei provvedimenti amministrativi che sono l’esito del silenzio-assenso e che sono dichiarati illegittimi da un’amministrazione pubblica. Sarà possibile revocare in ogni caso “in un tempo non superiore a diciotto mesi” .

L’attacco  e la chiusura in senso sempre più autoritario di questo governo a qualsiasi trattativa, a qualsiasi confronto con gli organismi competenti e che quotidianamente lavorano per permettere la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, sono il segno non solo del disinvestimento sempre più forte  in questo settore, ma anche di una chiusura cieca alle istanze della collettività. Del resto sono le ricadute a pioggia dello “Sblocca Italia” di qualche tempo fa per cui sotto il segno dell’innovazione, dell’efficienza e del rilancio delle Grandi Opere pubbliche si dà il via alla grande corsa speculativa e si calpestano alcuni diritti fondamentali, come quello alla salute, e si mettono a repentaglio beni comuni come il grande patrimonio paesaggistico e culturale nazionale, fondativo della nostra storia e della nostra cultura, non a caso inserito in un posto di primo piano nei principi-chiave della nostra Costituzione.

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