Dalla Grecia un Οχι europeo contro l’austerità, per la democrazia

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noAnni di tensioni fra le istituzioni della (ex) Troika e la Grecia sembrano condensarsi in questa settimana. Sabato 5 luglio il popolo greco sarà chiamato ad esprimersi sul nuovo piano di riforme e interventi di bilancio che i creditori internazionali intendono imporre per sbloccare gli aiuti. Ancora una volta Commissione Europea, BCE e, soprattutto, FMI hanno scelto di mantenere una linea dura e autoritaria, mortificando la volontà popolare espressa nel voto dello scorso 25 gennaio e chiedendo ulteriori sacrifici a un Paese che negli ultimi 5 anni ha visto bruciare il 25% del proprio Pil e salire il rapporto debito/Pil oltre il 170%.

Le istituzioni europee e i Capi di Governo del Continente non ammettono il fallimento conclamato dell’austerità a fronte di questi dati e procedono ostinatamente con l’umiliazione di una popolazione che ha espresso tanto nei movimenti e nei conflitti sociali contro la crisi, quanto con l’avvento di Syriza al Governo una radicale contrarietà al commissariamento della democrazia e alle politiche di macelleria sociale. Oltre la costruzione propagandistica del senso di colpa e dell’insostenibilità del sistema previdenziale greco, troviamo la realtà materiale della sanità pubblica distrutta, della privatizzazione di servizi pubblici e asset strategici del Paese, della disoccupazione di massa e dell’impoverimento progressivo di larghi strati della società.

L’ennesima conferma è arrivata proprio dall’evoluzione del negoziato di questi giorni: la controproposta del Governo greco, che aveva insistito per aggredire grandi patrimoni e realizzare politiche redistributive mirate a dare sostegno ai più bisognosi, è stata rigettata fermamente dal Fondo Monetario Internazionale nonostante i saldi invariati. Si è palesato con violenza inaudita come il fine ultimo dello scontro in atto non riguarda il recupero dei crediti, il rilancio dell’economia greca o il mantenimento della Grecia nell’Eurozona, ma il rafforzamento del progetto di trasformazione neo-liberale della società su scala europea e la punizione esemplare di chi prova a indicare una strada alternativa.

La rigidità posta da Alexis Tsipras di fronte all’ultimatum e la scelta di rispondere al ricatto con l’esercizio della democrazia e la proclamazione del referendum apre uno spazio di possibilità, nel quale dobbiamo avere la capacità di non lasciare da sola la Grecia. Non soltanto per ribaltare in termini solidaristici il vergognoso isolamento che ha subito in seno all’Eurogruppo, dove anche gli esponenti dei Governi socialdemocratici come quello italiano e quello francese hanno sposato appieno la causa dell’austerità: risulta decisivo cogliere il carattere generale dello scontro in atto e la portata politica che possiede su scala europea.

Il significato del No/Oxi alle misure che le istituzioni internazionali vogliono imporre alla Grecia va ben oltre il rifiuto del programma specifico di interventi che esaspererà ancora le disuguaglianze e l’emergenza umanitaria nella culla della democrazia europea. Si tratta più in generale di una plastificazione concreta del conflitto esistente fra interessi e bisogni contrapposti nello spazio europeo, che non è da leggere come una mera rottura scontro fra l’Europa del Nord, con la Germania come baricentro, e lo spazio euromediterraneo.

Sicuramente, convivono contemporaneamente diversi livelli di conflitto (dentro la stessa governance europea tra falchi e colombe, fra blocchi regionali integrati e con interessi contrapposti guardando alla bilancia commerciale, ecc.), ma ci sembra evidente come la linea di frattura decisiva sia trasversale agli Stati nazionali: da un lato, la difesa degli interessi finanziari e dei grandi gruppi economici, organici e coerenti con la governance politica europea, che punta a consolidare rendite di posizione e potere decisionale; dall’altro, i bisogni sociali che si oppongono allo strapotere delle banche e che, rivendicando la redistribuzione della ricchezza prodotta, si organizzano nel basso per conquistare diritti, tutele, dignità e potere di decidere sulle proprie vite.

Questo piano ci coinvolge direttamente e non soltanto per l’esposizione alla speculazione finanziaria che rischia un Paese come il nostro con un debito pubblico sette volte più grande di quello greco. Dobbiamo stare dalla parte dei greci perché quella è la nostra parte: la parte di chi si batte per un’istruzione gratuita e inclusiva, per un welfare universale e una buona occupazione fondata su pieni diritti ed equamente retribuita, per la difesa dell’ambiente e del territorio, per la solidarietà e l’accoglienza dei migranti contro la costruzione di un’Europa Fortezza che miete migliaia di vittime nel Mediterraneo.

Si apre una settimana nella quale portare ad ogni livello il conflitto fra l’alto e il basso della società europea. Un conflitto che vede al centro proprio il nodo della democrazia, incarnata dalla presa di parola dal basso attraverso il referendum promosso da Tsipras, sapendo che coloro che oggi si lamentano di questa prospettiva in Italia sono gli stessi che, ad esempio, hanno boicottato l’applicazione del referendum sull’acqua pubblica del 2011. In particolare, è da mettere in luce come il Governo Renzi abbia sciolto definitivamente l’ambiguità del proprio ruolo nella crisi greca: se in un primo momento ha tentato di ostentare un profilo di mediazione fra le parti, alla prova dei fatti l’Italia ha espresso una posizione di netta chiusura alle istanze del Governo greco. Renzi ha deciso esplicitamente da che parte stare, dalla parte della tecnocrazia europea a danno della democrazia e dei diritti. La stessa raffigurazione del referendum greco come voto fra Euro e Dracma deve essere oggetto di un’attenta opera di demistificazione: l’oggetto del referendum sono innanzitutto le politiche europee, con la complessità della scelta fra due strade alternative da una posizione contrattuale più debole e con la pistola puntata alla tempia.

Il futuro dell’Europa è appeso a un filo e a ben vedere entrambi gli esiti del referendum possono mettere definitivamente in discussione il progetto di integrazione continentale: nella crisi europea la posta in gioco è alta e la responsabilità di movimenti sociali, associazioni e della cittadinanza in generale di segnare una presenza per la riaffermazione della democrazia probabilmente non è mai stata così alta. Pertanto, gridiamo forte e mettiamo in pratica da qua al 5 luglio il nostro Οχι europeo! Dalla stessa parte della Grecia e del suo popolo massacrato da anni di memorandum e politiche di austerità. Per opporci a una vera e propria rivoluzione dall’alto che nello spazio europeo sta portando a termine una sperimentazione per conservare potere politico e decisionale nelle mani di pochi, rafforzando gerarchie, subalternità e forme di sfruttamento. Per costruire la possibilità di una prospettiva radicalmente alternativa che parta dai bisogni collettivi.

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