Perché facciamo coalizione

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    coalizioneIl 6 e il 7 Giugno a Roma si terrà la prima assemblea nazionale della Coalizione Sociale. Una due giorni che chiama a discutere non soltanto tutti i soggetti che finora hanno abbracciato il progetto lanciato ma anche chiunque, organizzato o meno, sia interessato ai problemi politici che consideriamo più urgenti. La discussione partirà necessariamente dall’analisi del contesto attuale di attacco ai diritti e alla conseguente frammentazione sociale prodotta da anni di neo-liberismo: dalla crisi della partecipazione politica e allo svuotamento della democrazia rappresentativa; l’urgenza di fare rete e contaminarsi tra movimenti, associazioni e realtà sindacali che hanno organizzato processi di resistenza e di opposizione sociale negli anni della crisi; fino allo spazio di approfondimento e di costruzione programmazione comune sugli ambiti tematici del lavoro e delle nuove forme di sfruttamento, delle scelte economiche e del mutualismo, dell’ambiente e della rigenerazione dei territori, del ruolo della conoscenza nella trasformazione della società, temi che verranno affrontati anche nei negli specifici workshop e gruppi di lavoro.

    Gli esiti delle elezioni regionali dello scorso 31 Maggio non fanno che confermare, al netto dei vinti e dei vincitori, uno scollamento oramai cronico tra la popolazione e chi si candida a rappresentarla. Il cosiddetto voto “di protesta” o “antisistema” e l’astensionismo, che ha raggiunto vertiginose vette sconosciute nella storia italiana, spopolano in tutte le 7 regioni che sono andate al voto. E’ un problema strutturale, che certifica una profonda trasformazione del rapporto fra rappresentanti e rappresentati e del modello di partecipazione democratica che viene promosso: in particolare, risultano sempre minori gli spazi di protagonismo che nella vita quotidiana possono garantire una partecipazione diretta alla definizione delle politiche di interesse collettivo, mentre la crescente sovrapposizione della proposta politica con la figura del leader e con la sua capacità di instaurare un legame diretto con il senso comune della base sociale rafforzano l’individualismo e la spoliticizzazione, allontanano la cooperazione e il fare coalizione dalle prospettive immediatamente praticabili.

    Senza dubbio, queste elezioni regionali hanno rappresentato una battuta d’arresto per il renzismo, tanto più difficile da gestire per un Governo che basa la propria legittimazione sul radicamento maggioritario e trasversale ai blocchi sociali tradizionali della propria azione riformatrice (il 40,8% delle europee). Tuttavia, i cartelli elettorali della sinistra radicale non sono stati assolutamente in grado, al netto di alcune esperienze positive, di raccogliere le energie dell’opposizione sociale attorno a una proposta politica contrapposta alla traformazione in senso neo-liberale della società. Siamo di fronte a una crisi profonda tanto della rappresentanza politica che di quella sociale delle istanze di cambiamento, ma non a un immobilismo totale dei soggetti più colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerity stabilite nello scenario europeo.

    Veniamo da una stagione di conflitti che sicuramente non sono stati in grado di aprire processi di partecipazione di massa, ma che hanno avuto la capacità di saldare contro il Jobs Act la difesa dei diritti del lavoro tradizionale con la battaglia per nuove forme di protezione sociale per il lavoro precario, atipico e degli “autonomi”; hanno saputo elevare la difesa dell’ambiente contro le trivellazioni dello Sblocca Italia o della scuola pubblica contro il ddl Renzi-Giannini come questioni di interesse generale. Riteniamo che queste lotte sociali abbiano avuto un ruolo importante nell’erosione del consenso del Governo Renzi, ma che sia tutt’ora insufficiente il livello di ricomposizione di queste esperienze e la capacità di determinare a partire da queste una vera e propria agenda per il cambiamento. Ridurre le nostre difficoltà alla mancanza di una sinistra che sappia dare rappresentanza politica a queste istanze non ci aiuta a comprendere il lavoro che ci aspetta.

    Riteniamo, infatti, decisivo ripartire dal concetto di “coalizione sociale”, come percorso realmente innovativo nel grado di apertura, nella tipologia di relazione fra diversi che intende costruire e nelle modalità con cui costruire programmazione politica comune. Da tempo si parla sui giornali di questo percorso, spesso fraintendone la natura o forzandone strumentalemente gli obiettivi. E’ bene ribadire sin da subito cosa per noi la coalizione sociale non è. Innanzitutto, non può essere qualcosa che si decide a Roma il 6 e il 7 giugno e viene rilanciato a scatola chiusa in giro per il Paese nei prossimi mesi: non possiamo pensare che sia sufficiente mettere insieme le realtà sociali più rappresentative che già fanno parte del percorso o produrre una giustapposizione dei movimenti sociali italiani per mettere in campo qualcosa di veramente espansivo. Non vogliamo una “coalizione del sociale”, un mero coordinamento delle realtà organizzate, ma un processo nuovo in grado di avviare sperimentazioni sul piano del radicamento sociale e territoriale e di dare favorire la partecipazione di chi negli anni è rimasto ai margini delle mobilitazioni delle battaglie sociali.

    Non è intenzione di chi ha promosso l’assemblea nazionale della coalizione sociale né aprire una nuova casa per gli esuli della sinistra in vista di un prossimo cartello elettorale, né dare vita a una discussione su analisi delle sconfitte e su come diventare la Podemos italiana. I riusciti esperimenti greci e spagnoli devono essere tenuti in profonda considerazione, ma dobbiamo essere in grado di leggerli correttamente, fuori da qualsiasi facile e banalizzante esterofilia. Serve prendere atto di un elemento fondamentale: sia l’attuale Syriza che Podemos nascono non in vista di tornate elettorali ma come risposta sia politica che organizzativa alle conseguenze che l’austerity produceva e continua a produrre nella società. Una risposta che si è preoccupata innanzitutto di sostenere, rafforzare e unire chi perdeva la casa o il lavoro, chi non aveva i soldi per le visite mediche o per la spesa, prima di evocarli retoricamente o di considerarli possibili elettori. Ci sembra un punto dirimente perchè crediamo ci sia bisogno di costruire una progettualità capace non soltanto di esprimere contenuti radicale, ma anche di produrre radicamento nei territori e fra le persone.

    Unire ciò che è diviso è una sfida ampia e complessa, crediamo sia però quella che i tempi che viviamo ci chiedono di cogliere. La risposta a cos’è la coalizione sociale va trovata nel lavoro sui territori, nella costruzione di pratiche comuni di cooperazione e mutalismo, nella strutturazione collettiva di campagne politiche capaci di allargare le maglie del radicamenteo sociale in diverse e molteplici direzioni. La politicizzazione dei bisogni materiali e immateriali non è un processo di indottrinamento o il frutto di misteriose alchimie, ma un percorso che parte dalla condivisione delle energie di tutti quanti sono disposti a mettersi in gioco per dare a tutte e tutti un orizzonte di riscatto credibile e direttamente praticabile. La ricomposizione dell’opposizione sociale deve, pertanto, provare a declinare due punti irrinunciabili: assumere un profilo politico di alternativa all’azione riformatrice del governo, in maniera netta e senza ambiguità; porsi il problema della mobilitazione condivisa, tenendo conto del calendario ma anche della necessaria dinamica processuale da contrapporre alla costruzione di grandi scadenze isolate.

    La complessità delle questioni aperte è imponente e i rapporti di forza in seno alla società ci sono sempre più sfavorevoli. A maggior ragione crediamo che ci sia bisogno di trovare le risposte vadano nelle pratiche e nei processi di coalizione, mettendo a verifica le certezze sedimentate nelle diverse storie di ciascuno e valorizzando le varie esperienze come patrimonio comune. Solo così riteniamo di poter tornare a riguadagnare spazio per un cambiamento complessivo, per dare a tutte e tutti un orizzonte di riscatto credibile e, soprattutto, per ridistribuire il potere decisionale, praticabile dal basso e da subito per contrastare il decisionismo autoritario dell’estremismo di centro europeo incarnato perfettamente dal renzismo in Italia.

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