[Bologna] 13 Giugno – S(Veglia)! Decidere è un diritto!

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obiezionecorrAderiamo alla mobilitazione del 13 Giugno contro il presidio nazionale del comitato referendario No194 (convocato sotto forma di nove ore di preghiera nella piazza antistante l’Ospedale Maggiore di Bologna) volta ad opporsi a chi, chiedendo l’abrogazione della l.194/1978 a partire da motivazioni politiche e religiose, finisce per ledere i basilari diritti alla salute della donna e alla tutela della sua autodeterminazione.
Quando la legge 194 fu approvata, una maggioranza trasversale di italiani sancì, prima sul piano legislativo e poi su quello referendario, che la regolarizzazione dell’aborto e la libertà di scelta della donna fossero cardini imprescindibili per migliorare un Paese dove la disparità di censo si rifletteva in un inferno di negazione di salute e diritti per chi non potesse permettersi di recarsi all’estero ed accedere ad interventi abortivi sicuri in strutture ospedaliere.
Riteniamo quindi estremamente grave questa mobilitazione, trovandoci attualmente in un contesto in cui la 194 è minata ed erosa dall’interno: l’accesso all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) nei centri ospedalieri italiani è infatti reso difficile, se non impossibile, da un elevato tasso di obiezione di coscienza che riguarda:
– il 69% dei ginecologi (con percentuali che sfiorano il 90% in alcune regioni);
– il 50% degli anestesisti.
Ciò di fatto preclude la fruizione di un servizio che, per legge, dovrebbe essere garantito.
Un così elevato tasso di obiezione non è dovuto solo alle scelte etico-religiose dei singoli, ma a diversi fattori quali la mancanza di formazione e aggiornamenti specifici nella pratica medica, la mancanza di controllo negli ospedali sugli “obiettori di comodo” (medici che si dichiarano obiettori per non doversi sobbarcare dell’attività di IVG, o che peggio fanno ciò per indirizzare le pazienti alla pratica privata traendone profitto), e la stigmatizzazione delle gravidanze indesiderate.
Tali fattori di inefficienza, conseguenza della costante disapplicazione della legge n.194, determinano la violazione del diritto all’autodeterminazione delle donne e una grave discriminazione sociale nei confronti di chi, in un contesto di crescente precarizzazione e aumento delle disuguaglianze sociali, non può permettersi di acquistare neanche i sistemi di contraccezione più comuni, che in altri paesi europei invece sono forniti gratuitamente, o di chi, non potendo recarsi all’estero per praticare l’IVG, ricorre ad aborti clandestini (l’ISTAT stima questi ultimi in circa 20.000 per anno), che tutt’oggi sono ancora una piaga sociale.
Si va delineando dunque una situazione contraddittoria: da un lato, la conquista della libera vendita nelle farmacie della pillola dei 5 giorni dopo (ulipristal) alle maggiorenni; dall’altro l’illegittima pretesa di estendere l’obiezione di coscienza alle prescrizioni di contraccettivi postcoitali o all’assistenza sanitaria pre/post pratica abortiva da parte di farmacisti e medici, sintomatica di un generale clima di pressione e colpevolizzazione nei confronti delle donne che vogliono abortire. In questo senso risulta eclatante il comportamento delle associazioni anti-abortiste, che, come nel caso del Cav di Jesi, arrivano a diffondere volantini che descrivono la pratica abortiva con termini eccessivi e raccapriccianti: “Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi”.
Rispetto al 1978, la consapevolezza sul tema si è ridotta e ha permesso che il diritto all’aborto venisse eroso senza trovare un’opposizione democratica che che ostacolasse arretramenti e cedimenti, palesatisi in un diffuso antiabortismo, tipico non solo di gruppi riconoscibilissimi nel loro estremismo religioso – dai tratti tendenti al neofascismo – ma caratteristico anche di quelle istituzioni avvezze al pinkwashing, la sempre più attuale pratica del porsi come paladini delle rivendicazioni di genere, attaverso però mere pratiche di facciata e propaganda.
La politica quindi non ha saputo dare risposte adeguate: ne è esempio lampante ciò che accadde nel dicembre 2013, presso il Parlamento Europeo, fu respinta la “risoluzione Estrela”, con cui si chiedeva un impegno concreto degli Stati per il diritto all’aborto sicuro e legale ovunque nell’Unione, anche grazie al contributo di sei parlamentari del Partito Democratico. Solo a marzo di quest’anno si è ottenuta a Strasburgo l’approvazione del “Rapporto sulla parità di genere, la salute riproduttiva delle donne e l’accesso agevolato alla contraccezione e all’aborto”, che tuttavia delega le competenze di attuazione ai singoli Stati membri.
Competenze che di fatto in Italia si sono dimostrate prive di una vera regolamentazione, visto che solo pochi mesi orsono in uno dei principali policlinici universitari del Paese, l’Umberto I di Roma, sono state sospese temporaneamente le prenotazioni per IVG a causa del pensionamento dell’unico medico non obiettore del reparto.
Il nostro obiettivo è di opporsi alle mobilitazioni antiabortiste, e parallelamente aprire un dibatto nelle scuole, nelle università, nel Paese per provare a costruire un cambiamento che veda:
– l’istituzione di programmi di educazione sessuale nelle scuole allo scopo di migliorare la prevenzione;
– l’accesso gratuito o a prezzo calmierato alla contraccezione per le donne con bassa fascia di reddito;
– il contrasto del il fenomeno dei falsi obiettori;
– il superamento della stigmatizzazione della donna che abortisce, specie se povera e migrante;
– la tutela della salute fisica e psicologica della donna mediante percorsi dedicati di sostegno alle future madri in difficoltà;
– la garanzia per la donna della possibilità di abortire in strutture ospedaliere idonee e omogeneamente distribuite sul territorio.
Vogliamo costruire – sul piano sociale e su quello culturale – un’alternativa netta che garantisca l’autodeterminazione delle donne, la sanità pubblica, l’ampliamento della sfera dei diritti che a partire dalle istituzioni educative e cittadine possa realmente realizzare sentieri di liberazione.
Per tutte queste ragioni tale rigurgito reazionario della manifestazione del comitato No194 non è ammissibile né tollerabile per noi e per chiunque rivendichi il diritto all’autodeterminazione ed alla scelta libera e consapevole della maternità: ripugniamo i toni da crociata che accompagnano tale movimento, l’odio per la laicità delle istituzioni e la visione patriarcale e sessista di un sistema che vorrebbe le donne spogliate dei loro inalienabili diritti e ridotte a mere incubatrici asservite all’espletamento delle funzioni riproduttive, private della loro soggettività.
Riteniamo, dunque, che la Questura non debba concedere la piazza, palesemente provocatoria e pretestuosa, poiché il diritto di libertà di religione ed espressione, invocato a gran voce dal comitato No194, si esaurisce dunque, in un fondamentalismo difficilmente conciliabile con una democrazia matura: tali diritti, richiedono un luogo opportuno per essere esercitati, mentre l’occupare uno spazio pubblico come una piazza antistante un ospedale è un vero e proprio atto politico, di intimidazione e ingerenza nelle scelte che attengono esclusivamente alla sfera personale e individuale della paziente.

Link Bologna

Prometeo – Gruppo Medicina Bologna

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