DEFinitivamente fuori: calano ancora gli investimenti pubblici in istruzione

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    definitivamenteNegli ultimi mesi il Governo Renzi ha più volte affermato che l’istruzione è al centro delle priorità per tornare a far crescere il Paese. I dati contenuti nel Documento di Economia e Finanza recentemente emanato dal Ministero dell’Economia dicono esattamente il contrario. Insomma, il Governo ha smentito se stesso.

    Nella prima sezione del DEF, “Programma di Stabilità per l’Italia”, il Governo ha realizzato una proiezione di medio-lungo periodo relativa a cinque componenti della spesa pubblica age-related (ovvero connesse all’evoluzione demografica della popolazione). Il risultato è emblematico: la spesa in istruzione – dalle scuole elementari al dottorato di ricerca, secondo la classificazione ISCED 1-6 dell’OCSE -, che nel 2010 si attestava al 3,9% del PIL, rimane sempre ben al di sotto della media OCSE ma non accenna ad aumentare. Nel 2015 infatti scende a quota 3,7%, nel 2020 al 3,5%, nel 2025 al 3,4%. Nel 2030 e 2035 la quota del PIL tocca il punto più basso (3,3%), per poi iniziare a risalire negli anni successivi, non andando comunque mai oltre quota 3,6%.

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    La causa di tale calo, secondo il Governo, è da imputare al “calo degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche”. Non una parola è riservata al definanziamento che ha interessato scuola e università dal 2008 ad oggi e rispetto al quale la politica di stabilizzazione di una parte dei precari della scuola non rappresenta affatto un cambio di rotta sufficiente a portare il sistema formativo italiano in linea con gli altri Paesi dell’area OCSE, area nella quale peraltro l’Italia è l’unico Paese che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria. Non una parola sulle pesanti responsabilità delle politiche in materia di istruzione portate avanti negli ultimi 7 anni da governi di diverso colore politico nell’aumento dei livelli di dispersione scolastica, totalmente fuori controllo in molte regioni del Mezzogiorno, e nella diminuzione degli studenti iscritti nelle università (fotografata in 30.000 in meno in soli tre anni dallo stesso MIUR). Il calo degli studenti è una dinamica già drammaticamente in atto e non riconducibile esclusivamente a mere ragioni demografiche, ma in maniera decisiva alla cronica assenza di un efficace sistema di diritto allo studio e all’inesistenza di un welfare studentesco universale che abbatta gli ostacoli economi al proseguimento degli studi e garantisca piena autonomia sociale e possibilità di scelta agli individui.

    Il quadro di definanziamento dell’istruzione risulta in evidente contraddizione con altri dati contenuti nello stesso documento del Governo. L’impatto macroeconomico della riforma della scuola attualmente al vaglio della Camera, infatti, viene quantificato nel seguente modo: al 2020 è previsto un aumento dello 0,3% del PIL rispetto alla ‘quota base’ (quella senza gli effetti previsti in seguito all’approvazione delle riforme); al 2025 l’aumento è dello 0,6%, mentre in un imprecisato ‘lungo periodo’ le magnifiche sorti della Buona Scuola porteranno in dote al Paese un aumento del 2,4% del PIL.

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    Non male per una riforma che, eccezion fatta per il piano di assunzioni, è sostanzialmente a costo zero. Eppure questa concezione del legame tra la ‘centralità della scuola’ e la crescita economica del Paese è la stessa che ha modellato il Jobs Act e i provvedimenti dell’ultima Legge di Stabilità, come la detassazione per le assunzioni da parte delle imprese. La formazione, infatti, viene concepita come funzionale allo sviluppo economico esclusivamente se piegata agli interessi a breve termine delle imprese: disegnando una via bassa della formazione tecnica e professionale, in particolare, si spera di ‘agganciare’ obiettivi e strumenti dei processi formativi alle dinamiche del tessuto produttivo, annullando l’idea della formazione come uno strumento di trasformazione del tessuto produttivo stesso, dunque di una relazione biunivoca e non di subordinazione della formazione alla produzione. L’assenza di visioni strategiche per i modelli produttivi del nostro Paese si ripercuote direttamente sul piano dell’idea di scuola e di università, e gli effetti di questa prospettiva miope investono l’intera società: le previsioni del Governo, dunque, utilizzando un eufemismo, appaiono ingiustificatamente ottimistiche.

    Non possiamo che individuare una stretta connessione tra la scelta del nostro Paese di non superare, anche unilateralmente, i vincoli d’austerità imposti dall’Unione Europea, e la previsione di contrazione degli investimenti in istruzione contenuta nel DEF. La spirale viziosa del calo degli investimenti pubblici che porta con sé l’arretramento della società sul terreno dello sviluppo materiale e immateriale è ben lungi dall’essere spezzata. Anche in questo campo, insomma, il Governo non ha affatto cambiato verso.

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