La precarietà è il problema, il Jobs Act non è la soluzione!

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cercalavoroIl rapporto annuale del CENSIS fotografa ancora una volta una situazione socialmente insostenibile e con prospettive prive di certezze per le giovani generazioni. Nell’arco di un decennio il numero di giovani con occupazione è crollato a 4,2 milioni, contro i 6 milioni del 2004. Ancora più inquietanti le previsioni previdenziali: secondo il CENSIS, il 63% degli attuali giovani occupati riceverà in media una pensione inferiore ai 1.000€ netti, mentre sarà ancora più complicato il futuro di chi risulta inattivo, costretto a lavorare in nero, con discontinuità nel versamento dei contributi o in disoccupazione.

Il quadro conferma il progressivo impoverimento e l’incremento delle diseguaglianze sociali determinati dalla gestione della crisi che il potere politico ed economico ha condotto su scala europea e nazionale. Questo si traduce in un mercato del lavoro contraddistinto dal ricatto e dalla messa in discussione di diritti e tutele anche per il lavoro dipendente classicamente inteso, processo che viene portato a compimento con l’appovazione del Jobs Act e la contro-riforma dello Statuto dei Lavoratori. Per centinaia di migliaia di giovani precari significa fare i conti quotidianamente con basse retribuzioni e discontinuità di reddito che rendono impossibile una progettazione del proprio futuro su basi sicure, così come dal punto di vista previdenziale l’accesso alla pensione in età avanzata diventa una prospettiva sempre meno certa.

Facciamo notare come i dati del CENSIS si riferiscano al lavoro dipendente con contratti standard. Lo stesso istituto allude alla maggiore complessità che si abbatte nel presente e in prospettiva sui giovani lavoratori atipici e autonomi: le iniquità che si registrano nelle diverse casse di previdenza dell’INPS, a partire dall’aliquota della Gesione Separata il cui aumento è stato bloccato per il solo 2015 senza individuare una soluzione definitiva, da un lato stanno esasperando la pressione fiscale su atipici, freelance e partite IVA, dall’altro non garantiscono indietro efficaci strumenti di welfare né tutele previdenziali.

Siamo da anni in un regime di sottoccupazione, all’interno del quale la disoccupazione giovanile resta stabile sopra il tasso del 40% (a dicembre scorso al 42% secondo i dati ISTAT). Il piano Garanzia Giovani, programma co-finanziato dall’Unione Europea, annunciato con parole roboanti nell’aprile 2014 dal Ministro Poletti come opportunità di inserimento lavorativo per 1 milione di giovani, conferma un trend negativo che abbiamo già denunciato e un’incisività pressoché nulla sulla condizione dei Neet nel nostro Paese.

Il fallimento è certificato innanzitutto dalle modifiche in corso d’opera che il Governo ha provato a mettere in campo negli ultimi mesi (estensione del bonus occupazionale ai contratti di apprendistato e a termine inferiori ai 6 mesi), ma non è cambiata la sostanza: come riportato nella ricerca commissionata dalla Commissione Europea al centro studi Adapt, sui 2 milioni del bacino potenziale, si sono iscritti al programma circa 412.000 giovani fra i 15 e i 29 anni, tuttavia solo 167.000 sono stati presi in carico effettivamente con un primo colloquio presso i Centri per l’Impiego. I dati diventano ancora più esemplificativi se guardiamo alla percentuale dei presi in carico che ha ricevuto qualche forma di risposta in termini lavorativi: un desolante 3%, pari a 12.273 individui.

Pochi giorni fa Marianne Thyssen, commissaria europea per l’occupazione, ha proposto di aumentare la dote di risorse destinate a Garanzia Giovani di 1 miliardo di euro già per 2015, nell’ottica di intensificare gli sforzi per contrastare a breve termine la disoccupazione giovanile ormai fuori controllo nei paesi mediterranei. Sicuramente l’aumento degli investimenti finalizzati alle politiche attive del lavoro rappresenta una notizia positiva, ma non costituisce di per sé un avanzamento nelle condizioni materiali di precari e disoccupati, anzi se la gestione attuale del programma non viene rivista e se non  il rischio è di riprodurre ulteriormente precarietà e sfruttamento.

Da questo punto di vista, è giusto mettere a tema – come stanno facendo anche le principali testate giornalistiche – i ritardi ingiustificabili che Governo e Regioni stanno collezionando nell’attuazione del programma. A fronte dei 1,5 miliardi di finanziamenti, il Governo non ha adempiuto alla creazione di un’autorità pubblica di coordinamento dei servizi per l’impiego, mentre in alcune Regioni il programma non è addirittura partito a quasi un anno dal suo lancio ufficiale, riducendosi a occasione per l’organizzazione di convegni e seminari. Altrove, la maggior parte dei finanziamenti è andata a foraggiare strutture pubbliche e private con la missione di favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, più che fornire reali opportunità e indennità economiche agli iscritti al programma.

Tuttavia, non basta esercitare questa critica alle inefficienze registrabili circa l’attuazione della Garanzia Giovani. Più in generale, infatti, non è possibile pensare che favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro sia una misura efficace nel creare buona occupazione e fornire reali opportunità di autodeterminazione agli individui. Non è un caso che, all’interno delle poche offerte di lavoro ricevute mediante Garanzia Giovani, ben il 74% preveda contratti a tempo determinato.

Non possiamo accettare che la piaga sociale della disoccupazione giovanile venga affrontata mediante l’esasperazione della flessibilità in entrata e in uscita, con il peggioramento della qualità dei diritti, delle tutele e delle condizioni di lavoro, con la liberalizzazione dei rapporti di lavoro che prevedono basse retribuzioni o la sostituzione del salario con altre forme di remunerazione (a partire dai voucher e dagli stages gratutiti per accumulare esperienza). Il Jobs Act cerca di chiudere definitivamente il ciclo di precarizzazione del mercato del lavoro, una sfida di fronte alla quale dobbiamo essere in grado di giocare una partita al rialzo e non di mera restaurazione di quanto è stato tolto. La risposta non può che partire da rivendicazioni unificanti – dal reddito di base e da un welfare universale che accompagni l’individuo durante lo studio, il lavoro e i periodi di inoccupazione/disoccupazione, da un salario minimo da ottenere sullo spazio europeo, da una vera programmazione industriale –  che consentano di abbattere steccati e recinti di fronte al riconoscimento di bisogni comuni.

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