Investment Compact: l’ennesima strategia fallimentare su ricerca e innovazione

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chimicaCon la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è entrato in vigore il Decreto Legge 24 gennaio 2015, n. 3. Approvato nel Consiglio dei Ministri del 20 gennaio, il decreto Investment Compact affronta “Misure urgenti per il sistema bancario e per gli investimenti” e, fra le altre cose, istituisce la nuove figura delle PMI innovative, introduce novità relative all’utilizzo del Patent Box (regime di agevolazioni creato dalla Legge di Stabilità 2015 per brevetti e altre privative industriali derivanti da attività di ricerca e sviluppo) e conferisce un ruolo anomalo e controverso alla Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) nella commercializzazione dei prodotti tecnologici degli enti di ricerca e delle università. Sono questi tre gli elementi su cui è opportuno aprire una riflessione critica sulla visione propria del Governo sulla ricerca e sul nostro sistema produttivo.

 

Investment Compact: PMI innovative, Patent Box e IIT

Provando ad entrare maggiormente nel merito del provvedimento, in primo luogo l’articolo 4 del decreto definisce le Piccole e Medie Imprese innovative. La legislazione riconosce già le start up innovative, introdotte nel dicembre del 2012 dal Governo Monti e beneficiarie di una serie di esenzioni, agevolazioni e flessibilità volte ad incentivare investimenti in innovazione, nei prodotti tecnologici ad alto tasso di conoscenza e in personale qualificato. Adesso, questi benefici vengono estesi alla nuova categoria di “PMI innovative” definite secondo il possesso di almeno due dei seguenti requisiti: una spesa in ricerca e sviluppo pari almeno al 3% del maggior valore tra fatturato e costo della produzione; l’impiego come dipendenti o collaboratori di personale altamente qualificato in percentuale pari o superiore al quinto della forza di lavoro complessiva; la titolarità di un brevetto o di un software registrato alla SIAE. Il Decreto del governo estende alle PMI innovative numerose agevolazioni e semplificazioni previste per le start up, nel tentativo di incrementare gli investimenti delle imprese private su innovazione, ricerca e sviluppo in un sistema basato prevalentemente su dimensioni medio-piccole.

L’articolo 5 si concentra, invece, sull’estensione del Patent Box – che consente alle imprese di escludere per 5 anni dalla tassazione il 50% del reddito derivante dallo sfruttamento commerciale dei beni immateriali – a tutte le tipologie di marchi, inclusi quelli commerciali. Le agevolazioni, quindi, non saranno più circoscritte ai marchi di impresa funzionalmente equivalenti ai brevetti, ma copriranno una casistica ben più ampia (stimata in una relativa copertura di 37 milioni di euro per l’anno 2016). Inoltre, lo stesso articolo prevede che l’istituto italiano di tecnologia (IIT) ricopra i ruoli di commercializzazione e promozione fra le imprese dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica e dei brevetti registrati da università, enti di ricerca e ricercatori del sistema pubblico. Le nuove norme prevedono meccanismi di costrizione per gli enti pubblici di ricerca, che risultano obbligati a fornire all’IIT tutte le informazioni necessarie per i suoi scopi, mentre le università possono stipulare accordi e convenzioni con l’istituto per la valorizzazione dei risultati scientifici.

 

Una strategia fallimentare

Esistono vari ordini di problemi da considerare: da un lato quelli di carattere più generale e di visione della società, dall’altro quelli più specifici sul nuovo ruolo dell’istituto italiano di tecnologia, che è una fondazione di diritto privato. Le novità riguardanti le PMI innovative e l’estensione del Patent Box – combinate con il credito d’imposta per le attività di ricerca previsto nella Legge di Stabilità 2015 – sono la cifra dell’analisi sbagliata dei limiti del nostro sistema produttivo che orienta le scelte del Governo Renzi, come quelli più generali della governance neo-liberale sul ruolo di ricerca e sviluppo nell’economia della conoscenza. Questi provvedimenti – al pari della filosofia complessiva dell’ultima Legge di Stabilità e di alcune ricette inserite nel progetto de #labuonascuola – prendono le mosse dalla convinzione che la bassa competitività del sistema produttivo nostrano derivi da un disallineamento fra le competenze trasmesse da scuole e università con le richieste professionali provenienti dalle imprese, da cui si determinerebbe un basso tasso di innovazione. In realtà, la questione deve essere urgentemente rovesciata, riconoscendo nel nostro sistema produttivo una strategia competitiva fallimentare, perché basata sulla svalutazione del costo del lavoro e sulla dequaficazione delle competenze richieste sul mercato del lavoro. Le aziende italiane sono da anni schiacciate su filiere produttive a basso tasso di conoscenza – tanto da essere costrette nella maggior parte dei casi a importare tecnologia anziché produrre innovazioni in questo campo – producendo maggiore precarietà, discontinuità di reddito e compressione dei salari tanto nei profili professionali con elevate competenze quanto nelle mansioni più dequalificate.

Tuttavia, le strategie di governo ruotano attorno alla costruzione ideologica della disoccupazione o sotto-occupazione intellettuale come prodotto di una formazione superate e non all’altezza delle esigenze del mercato, così come si è ormai imposto nel senso comune il mito del potenziale liberatorio e di benessere collettivo delle start up innovative e del capitale privato all’interno di un favorevole conteso fiscale. E’ dentro questa dimensione che si inseriscono le proposte di avvicinamento e subalternità dei progetti formativi delle scuole alle esigenze produttive (spesso limitate nel breve periodo e orientate da un profitto immediato) delle imprese, come appunto viene evocato nella Buona Scuola con una riforma dell’Alternanza Scuola-Lavoro che conferisce alle imprese maggiore incisione sul percorso dello studente e la possibilità di impiegare più a lungo manodopera gratuita all’interno di una determinata strategia produttiva: in questo modo, salta completamente per lo studente la possibilità di acquisire competenze trasversali e strumenti utili a una revisione dei processi produttivi e dei prodotti.

Al tempo stesso, nella Legge di Stabilità riconosciamo una strategia suicida sulla ricerca pubblica e sul legame – per quanto non univoco – che questa condivide con l’innovazione tecnologia. Sono stati disposti nuovi tagli e accorpamenti, dopo anni in cui il settore è stato letteralmente falcidiato dai definanziamenti dei governi tecnici e politici che si sono susseguiti, a fronte dello stanziamento di ingenti risorse per crediti d’imposta e incentivi alle azienda su ricerca e sviluppo. Inoltre, con il Decreto Investment Compactil Governo riduce la questione a un deficit di produzione da parte della scienza o alle difficoltà di commercializzazione delle novità scientifiche e tecnologiche. Questa prospettiva e il ruolo affidato all’IIT, trasformato di fatto in agenzia di brevetti, hanno aperto un’aspra polemica, che ha visto protagonisti anche la CRUI e la Ministra Giannini intervenuti a difesa dell’autonomia di atenei ed enti di ricerca, nonché lo stesso IIT, esprimendo preoccupazione per lo snaturamento delle proprie funzioni di ricerca. Queste prese di posizione ci sembrano prevalentemente orientate rispettivamente dalla volontà di acaparrarsi la proprietà dei brevetti e dalla necessità per la Ministra di prendere parola in una vicenda in cui è stata, come spesso accade, esclusa dal processo decisionale. Tuttavia, ci pare chiaro che le conseguenze del decreto siano assolutamente inaccettabili, sia per la subalterninità delle strutture pubbliche della ricerca all’IIT sia per la forzatura che imprigiona la ricerca sul piano della commercializzazione, etero-determinandone obiettivi e finalità.

 

Quali prospettive per innovazione e ricerca?

Nel capitalismo contemporaneo, la competizione globale si basa prevalentemente sulla proprietà di hardware, software e innovazioni tecnologiche che determianano l’evoluizione dei servizi, delle tecnologie e delle applicazioni in tutto il mondo. La partita che si gioca attorno allo sfruttamento dei brevetti, alla proprietà intellettuale e all’estrazione di valore da saperi e conoscenza è uno degli assi fondamentali sui quali si sviluppa la ricetta neo-liberale di un’economia della conoscenza che prevede un aumento progressivo degli investimenti pubblici e privati in innovazione, ricerca e sviluppo. Il nostro Paese sconta sia le contraddizioni e le conseguenze sociali di questo sistema – privatizzazione e mercificazione dei saperi; restringimento dei canali di accesso alla conoscenza; flessibilità, parcellazione e atipicità che determinano precarietà e basse retribuzioni anche per il lavoro cognitivo – sia un ritardo peculiare nella valorizzazione della ricerca. Oggi abbiamo bisogno più che mai di un piano straordinario e alternativo a quello del Governo per quanto riguarda il rilancio dei saperi e della ricerca in relazione alla trasformazione della società e del sistema produttivo.

Per fare questo non basta affidarsi al mito delle start up e agli incentivi fiscali, è necessario ripensare il ruolo dei saperi e della conoscenza nella società e rivedere il ruolo del Pubblico sia sul piano degli investimenti che su quello della programmazione industriale. E’ oggettivamente inaccettabile e contradittorio che la spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo in Italia sia ferma all’1,26% del Pil: questi numeri ci parlano della necessità di un consistente aumento delle risorse aggregate in questo campo fra investimenti pubblici e privati. Serve, tuttavia, che l’aumento degli investimenti sia inquadrato dentro una liberazione vera e propria dei saperi e della ricerca pubblica dalla subalternità al tessuto produttivo esistente e dalla logica della mercificazione dei prodotti della ricerca. Solo con questo approccio, nuovi investimenti pubblici in ricerca e sviluppo possono diventare il volano per rendere libero l’accesso alla conoscenza e sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale il nostro sistema produttivo.

Auspichiamo che le aperture del Ministro Padoan sulla possibilità di modificare il testo in sede di conversione di legge dell’Investment Compact siano effettivamente praticabili e che si apra al più presto un ragionamento complessivo sul diritto d’autore e sulle conseguenze negative che determina su didattica e ricerca una difesa della proprietà intellettuale basata su logiche mercantiliste e normative schiacciate solo sul modello più rigido di copyright.

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