Nello sciopero sociale, verso lo sciopero generale: il nostro futuro non è uno slogan!

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scioperosociale_sito-01Nello scenario politico complessivo delle mobilitazioni di questo autunno ci troviamo di fronte a un allargamento non scontato dello spazio dell’opposizione sociale. Mentre Renzi costruisce attorno alla propria azione politica slogan retorici e tenta di svuotare il conflitto sociale del suo potenziale di trasformazione (“è finito il tempo in cui le piazze fermano un Governo”), il crescente dissenso incontra reazioni repressive scomposte, esemplificate a pieno dalle manganellate contro il corteo degli operai dell’Ast di Terni, in piena continuità con quanto subito negli anni dai movimenti. Si tratta di rispondere assumendo la necessità di un nuovo protagonismo dei soggetti sociali nel determinare il cambiamento a partire dai bisogni materiali.

La manifestazione nazionale della CGIL del 25 ottobre ci porta ad analizzare alcuni dati per niente scontati. Più di un milione di lavoratori e di lavoratrici sono scesi in piazza contro le politiche del lavoro inserite nel Jobs Act di Renzi. Dopo le manifestazioni studentesche del 10 ottobre contro la Buona Scuola e la precarietà a cui è costretta un’intera generazione, la poderosa disponibilità a mobilitarsi dei lavoratori sindacalizzati ha aperto uno spazio politico importante per la costruzione di un’opposizione sociale ampia al Governo.

Abbiamo attraversato quella piazza dando voce a una generazione senza diritti che non vede valorizzate le proprie competenze e aspirazioni in un mercato del lavoro a scarso tasso di innovazione, dequalificato, precario. Per gli studenti e le studentesse del Paese, così come per una vasta e articolata composizione precaria inclusa all’interno dei circuiti della produzione e della mobilità fra lavoro e non lavoro, non esiste un sistema di tutele o una buona occupazione da difendere. Viviamo un presente dove i free jobs, il lavoro sottopagato, l’assenza di welfare e diritti rappresentano la norma: abbiamo risposto a questo contesto respingendo la retorica – assunta da Renzi ma per nulla innovativa – della necessità di superare la divisione fra lavoratori di serie A e di serie B attraverso il livellamento verso il basso dei diritti. Solo passando dall’estensione e dal potenziamento dell’attuale sistema di welfare e di tutele, che oggi esclude fette sempre più crescenti di lavoro, possiamo affermare a pieno la dignità e l’autodeterminazione della persona.

Riteniamo assolutamente riduttiva la lettura politicista della piazza del 25 ottobre, inquadrata in diversi editoriali come la contrapposizione di un nuovo spazio politco al Partito-di-Renzi, al Partito della Nazione in scena nel fine settimana alla Leopolda. Se è indubbio che il quadro politico risulta molto meno ingessato di qualche mese fa, il fatto davvero nuovo è rappresentato dalla messa in discussione della modello tradizionale di attivazione del sindacato: quello della “cinghia di trasmissione” rispetto al Centrosinistra si è rotto ed è stata messa in campo la prima grande manifestazione in opposizione alle politiche di un Governo votato, verosimilmente, da larga parte di chi è sceso in piazza.

Dal buon esito del 25 ottobre, così come dagli gli scioperi territoriali e regionali delle settimane precedenti, possiamo trarre alcuni dati politici. Innanzitutto, la difficoltà del Governo a costruire largo consenso su provvedimenti che rappresentano un ulteriore attacco ai diritti sul lavoro, attraverso la cancellazione dell’articolo 18, il demansionamento e il controllo a distanza dei lavoratori. In secondo luogo, la capacità del sindacato di mobilitare fette consistenti del mondo del lavoro e, soprattutto, la disponibilità di queste a intraprendere una mobilitazione forte e determinata per difendere i propri diritti.

Resta aperta la questione di come trasformare questa disponibilità in un conflitto sociale che abbia l’obiettivo del cambiamento complessivo della società in cui viviamo, così come esiste ancora tanto lavoro da fare sul piano della generalizzazione della partecipazone. Precari, lavoratori a nero, disoccupati, lavoratori autonomi, free lance e finte partite IVA sono lo spaccato di una porzione crescente di società che fatica a determinare la propria rappresentanza sociale e pratiche in grado di attivare percorsi di mobilitazione. Il sindacato sconta un evidente ritardo nell’elaborazione di forme di organizzazione e di processi di attivazione in grado di interpretare le conseguenze della progressiva flessibilizzazione e individualizzazione del mercato del lavoro. La richiesta della piazza della CGIL di estendere le tutele e i diritti a tutte e tutti anziché toglierli a qualcuno è indubbiamente un’importante prospettiva politica sul piano della rivendicazione politica, ma costituisce più una meritoria rappresentazione delle istanze dei precari che un loro diretto coinvolgimento.

Lavorare per raggiungere questi obiettivi risulta centrale per costruire una seconda fase dell’autunno segnata dal protagonismo di chi subisce da 7 anni gli effetti della crisi e che non ci sta a subire ulteriori attacchi alla scuola pubblica, ai diritti sul lavoro, alla spesa sociale. Sono centrali da questo punto di vista le intuizioni del percorso Strike Meeting sulla necessità di costruire uno sciopero sociale in cui le soggettività precarie abbiano uno spazio di auto-rappresentazione, le diverse battaglie sociali possano ricomporsi, le pratiche aumentino il loro grado di inclusività e il loro potenziale di interruzione delle dinamiche di valorizzazione capitalista e sfruttamento. Il 14 novembre sarà il primo banco di prova diffuso per mettere in pratica queste intuizioni: il percorso di avvicinamento prevede un’agenda fitta di appuntamneti di carattere territoriale e nazionale, fra i quali spicca il 7 novembre con la mobilitazione contro lo Sblocca Italia in occasione della visita di Renzi a Bagnoli e con la giornata internazionale di azioni sul lavoro intermittente, gratuito e precario.

Soprattutto, lo sciopero sociale avrà forme di attivazione e di conflitto inedite e innovative: costruiremo una mobilitazione di 24 ore, con l’ambizione di dare voce alle istanze e ai bisogni di soggetti sociali diversi. Lo sciopero sociale deve essere vissuto come un nuovo modo di costruire conflitto e realizzare connessioni all’interno di una composizione sociale vasta – maggioritaria nel Paese – che va dagli studenti a chi subisce il ricatto del lavoro nero o della disoccupazione, passando per le diverse forme di lavoro atipico e precario.

Il 14 tuttavia non sarà una data isolata in un contesto di sostanziale pacificazione sociale: ne sono segnali evidenti i nuovi appuntamenti nell’agenda della mobilitazione sindacale, a partire dallo sciopero indetto dai sindacati di base, dalla proclamazione dello sciopero di categoria della FIOM e dalla prospettiva dello sciopero generale confederale. La disponibilità a scendere in piazza dimostrata da lavoratori e lavoratrici in chiave di opposizione al Jobs Act palesa come i luoghi di lavoro, anche quelli più classici nella storia del movimento operaio, non sono affatto pacificati e possono esprimere un importante dato di conflittualità. La riflessione dei movimenti sociali non può procedere senza partire da questo elemento: la convocazione di uno sciopero generale è una necessità storica oggettiva, un’urgenza per conferire nuovamente senso al protagonismo sociale di soggetti collettivi nel miglioramento delle proprie condizioni.

Da questo punto di vista, lo sciopero sociale del 14 novembre non può che assumere per noi il significato politico di un’importante data di accumulo verso lo sciopero generale: una data in cui porsi il tema della generalizzazione della mobilitazione sia sul piano dei temi sia su quello dei soggetti che si attivano. In questo senso, la prospettiva dello sciopero sociale è perfettamente complementare a quella dello sciopero generale, appuntamento a cui arrivare con un’attivazione vasta e profonda dei diversi corpi sociali al fine di bloccare il Paese e mettere in campo un’opposizione generalizzata e capace di costruire un’alternativa alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia , al Jobs Act, alla Legge di Stabilità e in generale alla prospettiva politica complessiva del Governo. La Legge di Stabilità varata dal Consiglio dei Ministri e le indicazioni restrittive della Commissione Europea su quel testo rappresentano la cifra di quanto questi bisogni sociali cruciali non trovino risposte nella visione complessiva della società del Governo. Non permetteremo che questo scenario si affermi definitivamente e in nostro nome. Contro la precarietà opponiamo le nostre rivendicazioni sulla conoscenza – a partire dall’istruzione gratuita – sul reddito e sul lavoro.

Su queste basi lanciamo lo sciopero studentesco dentro lo sciopero sociale del 14 novembre, verso e oltre lo sciopero generale: uno spazio di attivazione innovativo per il corpo studentesco, con un piano di rivendicazioni generali e un approccio alla mobilitazione che travalica la dimensione del classico corteo mattutino e che mette in campo un’intera giornata di blocchi della circolazione, assemblee, azioni sul territorio e pratiche in grado di allargare la partecipazione a soggettività ibride e precarie.

Su questi nodi fondamentali si gioca la partita per il nostro futuro. Come studenti e studentesse ribadiamo al Governo come il nostro futuro non è uno slogan e che saremo ancora più determinati nell’imporre con le mobilitazioni una svolta radicale sui temi della conoscenza, del reddito e del lavoro.

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