#EndPoverty 17o: in piazza contro la povertà materiale e culturale!

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    17ottIn alcuni casi la ruvidità dei dati risulta molto utile per consentire alla realtà di emergere con forza. In particolare, oggi non è sufficientemente inquadrato nel dibattito politico il dramma sociale della povertà, tanto come cifra a livello globale delle disuguaglianze e della concentrazione della parte preponderante della ricchezza del pianeta in pochissimi mani, quanto come tema di prioritaria urgenza anche in Europa e in generale in Occidente.

    I numeri, appunto, ci dicono come la povertà sia un problema strutturale ed endemico nel nostro Paese. Il rapport Istat 2013 fotografa il desolante panorama italiano: sono più di 10 milioni le persone in condizione di povertà relativa, più di 6 milioni in stato di povertà assoluta. Sono sempre di più gli individui a rischio povertà e coloro che vivono subendo gravi privazioni materiali, dall’impossibilità di pagare all’affitto a quelle di riscaldare la casa o di potersi garantire una dieta settimanale con carne e pesce.

    Gli obiettivi di Europa 2020 indicano come prioritaria la riduzione delle persone a rischio povertà o esclusione sociale di almeno 20 milioni. Tuttavia, la povertà non è stata affatto contenuta ma ha conosciuto, con una pesante accelerazione negli ultimi anni, un’estensione a fette crescenti di popolazione. La tendenza è confermata e rafforzata nel nostro Paese, dove si registra il secondo aumento della povertà più alto dietro la Grecia.

    Non si può che rimarcare come l’impoverimento del ceto medio e lo scivolamento verso l’indigenza di milioni di persone non siano frutto di una crisi ciclica inevitabile o di un accidente, ma discendano da precise politiche che hanno attaccato ferocemente welfare, servizi e tutele sul lavoro. Anni di tagli alla spesa sociale hanno acuito la forbice fra chi ha tanto e chi ha poco e aumentato le diseguaglianze, causa principale della crisi economica stessa.

    La povertà è materiale, ma dobbiamo tenere d’occhio la povertà culturale a cui rischiamo di condannare fasce consistenti del Paese. Basta guardare ai livelli fuori controllo della dispersione scolastica, ben superiori alla media OCSE con un tasso nazionale del 18%, ma che sfiora il 30% in alcune regioni del Mezzogiorno e nei contesti più difficili. Al tempo stesso, l’Università sbarra il cancello a un numero sempre più elevato di giovani, come testimonia il vertiginoso calo delle immatricolazioni. Le cause sono evidenti: risorse insufficienti sul diritto allo studio, tasse universitarie fra le più alte d’Europa, assenza di un welfare studentesco che incida sul costo dei libri di testo, dei trasporti e degli affitti.

    Il fallimento dello Stato è alle porte quando non riesce a dare più una speranza alle persone. Viviamo in una società con tassi di disoccupazione inediti, soprattutto fra i giovani con un bagaglio di formazione scarso, sempre più ricattabili, costretti al lavoro nero e senza diritti, in continua mobilità fra il lavoro e il non-lavoro. Le politiche sul lavoro hanno una connessione profonda con il problema della povertà, basti pensare al dilagare delle forme di lavoro intermittente, sottopagato, gratuito che non garantiscono una continuità di reddito, anzi vedono addirittura crescere la povertà da lavoro: gli working poors (poveri non disoccupati) sono una nuova realtà impensabile fino a qualche tempo fa e trovano origine da un mercato del lavoro sempre più precarizzato e da impieghi a bassa retribuzione. Da questo punto di vista, il JobsAct non è la soluzione, anzi è parte integrante del problema: togliere diritti e implementare la flessibilità del lavoro darà ancora meno potere contrattuale a disoccupati e lavoratori per ottenere retribuzioni adeguate e condizioni di lavoro sicure e salutari..

    Povertà culturale, incapacità dello Stato di creare buona occupazione ed erogare servizi di qualità, disoccupazione di massa sono soprattutto il terreno di radicamento delle mafie e della criminalità organizzata. Le disuguaglianze sociali e la povertà sminano profondamente la democrazia sostanziale e il senso della cittadinanza. Abbiamo bisogno di aprire una battaglia collettiva per contrastare la povertà, a partire dalle tante associazioni impegnate quotidianamente sul campo, ma generalizzanndo la rivendicazione a tutte le reti, gli attivisti e i movimenti che lottano per un’inversione di rotta radicale nelle politiche sociali.

    Iniziamo dal 17 ottobre, giornata mondiale della lotta alla povertà, quando saremo sotto Montecitorio per un presidio a fianco del GruppoAbele, Libera, BIN, Cilap Italia, Comitato 16 novembre, Forum Nazionale Agricoltura Sociale, Cipsi, ATD Quarto Mondo che punterà il dito contro l’insufficienza delle politiche italiane di contrasto alla precarietà e delle risorse destinate a questo capitolo. Porteremo con forza la rivendicazione di un welfare verametne universale capace capace di includere tutte e tutti, a partire dall’istituzione di un reddito di base come strumento di autodeterminazione e di redistribuzione della ricchezza.

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