Piano Scuola e Jobs Act: #labuonascuola o #lascuolaprecaria?

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    scuola_jobsactE’ rilevante che la #buonascuola, le 136 pagine presentate dal Governo per aprire il dibattito e la consultazione sulla riforma della scuola, già dalla sua premessa indichi nella scuola l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione. La mancanza di lavoro e di reddito, a cui è condannata un’intera generazione e non solo, è un tema non più rimandabile, una priorità che reclama risposte concrete. Le linee guida del governo sulla scuola dedicano, infatti, un capitolo al rapporto fra scuola e mercato del lavoro, avanzando delle proposte che si ispirano in buona parte alla concetto di formazione del modello duale tedesco.

    Quali sono le ipotesi di intervento con il quale il Governo apre il dibattito su scuola e lavoro? Innanzitutto, il punto di
    partenza analitico del documento risiede nel disallineamento tra la domanda di competenze del mercato e ciò che la scuole offre, per cui è necessario raccordare più strettamente scopi e metodi della scuola con il mondo dell’impresa. Da questa analisi muovono le proposte operative:

    – Alternanza Scuola-Lavoro a 200 ore annue e obbligatoria per il triennio degli istituti tecnici ed estesa di un ulteriore anno per gli istituti professionali;

    – Impresa didattica, ovvero possibilità per tutte le tipologie di scuola secondaria di produrre in conto terzi;

    – Bottega scuola, che prevede l’inserimento degli studenti nella piccola imprenditoria e nelle botteghe artigiane;

    – Apprendistato sperimentale negli ultimi dueanni della scuola superiore in attuazione del d.l. 104/2013.

    La formazione professionale è un punto qualificante di una politica sul lavoro. Al tempo stesso, avvicinare il mondo della scuola al mercato del lavoro può sembrare la via più veloce e più ovvia per incidere positivamente sulla disoccupazione giovanile. Tuttavia, occorre valutare più in profondità la questione.

    Innanzitutto, il mercato del lavoro italiano, guardandolo nel complesso, non risulta affatto ad alta qualificazione professionale. Basta pensare che anche all’altro capo della filiera universitaria, ovvero dopo la laurea specialistica, il tasso di disoccupati a un anno della laurea è sorprendentemente alto (26,7%) per un Paese che è ultimo in Europa per numero di laureati (22,4%). I due dati sono logicamente in contraddizione, ma basta riferirsi agli scarsi investimenti pubblici e privati in innovazione e in Ricerca e Sviluppo per cogliere una parte della verità: le competenze e le conoscenze che gli studenti maturano nelle scuole e nelle università non sono per niente valorizzate né supportate da progetti con obiettivi ambiziosi, a partire da quello di rivedere come e cosa produrre nell’interesse della buona occupazione e della collettività.

    In secondo luogo, il saper fare su cui punta #labuonascuola per rifondare il sistema formativo ha conosciuto negli ultimi anni le conseguenze dei pesanti tagli lineari alla scuola, che si sono abbattuti particolarmente sui laboratori. La rimozione di questa realtà sa di presa in giro per quegli studenti che da anni si mobilitano per i finanziamenti pubblici su scuola, edilizia scolastica e diritto allo studio e hanno visto con i propri occhi la chiusura di laboratori e l’impossibilità di portare avanti attività laboratoriali. Anziché reintegrare gli 8 miliardi di euro tagliati negli anni al comparto scolastico, il Governo pensa ad aprire le porte a sponsor e privati per finanziare i laboratori nelle scuole. Al tempo stesso, la progettazione dei cicli di Alternanza Scuola-Lavoro dovrebbe divenire lo spazio in cui coinvolgere più attivamente le azienda: in sostanza, la definizione del percorso formativo dello studente sarà fortemente orientata dalla “co-progettazione” delle imprese.

    Viene quindi da chiedersi qual è il ruolo dei privati e delle imprese che vedono spalancarsi di fronte le porte della scuola. Il Governo presenta il pacchetto come un insieme di misure per adeguare la formazione professionale legata al ciclo scolastico con lo sviluppo della filiera produttiva. Si tratta, tuttavia, di una mossa pericolosa e per certi tratti eversiva, che mette a rischio i tratti fondamentali della scuola pubblica, la sua natura sociale e democratica.

    Gli interessi delle imprese potranno avere il sopravvento e influenzare le attività laboratoriali ottenendo la loro riorganizzazione per la produzione in conto terzi a basso costo, come sembra predisporre il punto sulla Impresa didattica. In definitiva, queste linee guida aprono soprattutto a una maggiore influenza degli interessi privati sui percorsi di formazione, che rischiano di essere dirottati non verso l’acquisizione di competenze trasversali, adattabili, potenzialmente innovative, bensì verso conoscenze settoriali, dequalificate ma utili nell’immediato alle imprese. Infine, restiamo fortemente contrari all’apprendistato sperimentale negli ultimi due anni delle scuole superiori, consentendo alle aziende di poter contare sugli studenti come forza lavoro gratuita mortificando qualsiasi valenza formativa di questi percorsi.

    Ed è su questo che si apre la vera questione nel rapporto fra saperi e lavoro che smaschera le proposte inserite nella #buonascuola come parte di una strategia complessiva e fallimentare, che non ha come primo obiettivo la qualità dell’occupazione e i diritti, ma la compressione del costo del lavoro per aumentare l’occupazione.

    Il fatto che nella sezione sui finanziamenti esterni alle scuole il Governo abbia previsto non solo la detassazione degli investimenti (School Bonus) ma anche incentivi premiali (School Guarantee) per quegli investimenti che generano “successo formativo” – leggasi: l’assunzione nelle aziende che investono – senza alcun criterio relativo al tipo di contratto e quindi alla qualità del lavoro offerto, è un dato emblematico che si connette alla politica del Governo in materia di lavoro.

    Tale politica si può sintetizzare nella strategia europea della Youth Guarantee e nel Jobs Act . Questi due elementi dovevano essere i capisaldi del summit europeo sull’occupazione giovanile in programma per l’11 luglio scorso a Torino e poi rimandato per motivi ufficialmente mai esplicitati. Negli ultimi giorni, però, alcuni nodi stanno venendo al pettine. Infatti, a dispetto dei grandi annunci di lancio la Youth Guarantee, strumento di per sé parziale e non strutturale in quanto rivolto a facilitare l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, ha conosciuto una falsa partenza: a quattro mesi dall’apertura dell’apposito portale sono circa 169.000 i giovani che hanno effettuato l’iscrizione a fronte di una platea di inattivi che secondo le stime più alte raggiunge i due milioni di individui. Non solo, le offerte di lavoro caricate sul portale non superano quota 13.000 e la maggior parte di queste sono tirocini gratuiti, contratti a tempo determinato, impieghi parasubordinati.

    Sul versante Jobs Act, la prima parte (il c.d. Decreto Poletti) ha elevato il contratto a termine a norma generale nelle relazioni di lavoro: questo ha rappresentato a tutti gli effetti un intervento strutturale, in grado di accentuare drasticamente la tendenza dell’offerta di lavoro a un appiattimento su contratti precari. Questa deriva negativa è stata recentemente sottolineata addirittura dall’OCSE nel rapporto Employment Outlook 2014 e da economisti come Boeri, che ha denunciato al tempo stesso la contraddizione della calma piatta sul tasso di occupazione: in sintesi, la precarietà non crea occupazione, anzi.

    Le ricette che puntano a contrastare la disoccupazione con l’aumento della flessibilità del lavoro e con la compressione dei diritti hanno mostrato il loro fallimento e i costi sociali: discontinuità di reddito, lavoro sottopagato, impossibilità per molti lavoratori atipici di accedere a forme basilari di welfare. Servono politiche strutturali che intervengano in profondità sulla qualità dell’occupazione, estendano tutele sociali e sindacali, introducano un salario minimo e forme di welfare universale a partire dal reddito di base, attivino una programmazione industriale basata su ricerca e sviluppo in modo che i saperi siano un reale vettore di innovazione e di trasformazione sociale.

    Senza la volontà di praticare intervento strutturale di questo tenore, la parte di rapporto fra scuola e lavoro del documento del Governo, oltre alle criticità che contiene all’interno delle singole proposte, avrà come effetto più drammatico quello di trasformare i luoghi della formazione in palestre di precarietà e di lavoro gratuito. I continui riferimenti al modello tedesco da parte di Governo e media fanno pensare che la “costruzione della via italiana al modello duale” non sia intenzionata a prendere in esame aspetti come gli alti salari e la co-determinazione delle strategie aziendali, ma a riattualizzare i provvedimenti più pesanti della riforma del lavoro tedesca degli anni 2003-2005 targata Scroeder-Hartz: aumento della flessibilità in uscita, diminuzione del potere contrattuale dei sindacati (che in Italia ha il suo corrispondente nello svuotamento di senso del contratto nazionale), istituzione dei Mini Jobs da 400€ al mese e con nessun diritto alla pensione.

    Questa presa d’atto è fondamentale mentre sta per entrare nel vivo la discussione sulla seconda parte del Jobs Act, quella della legge delega sul contratto a tutele crescenti e sula riforma degli ammortizzatori sociali. Dalle scuole e dalle università gli studenti non faranno sconti a politiche che non mettono in discussione la precarietà, la dequalificazione delle competenze acquisite, i meccanismi di sfruttamento, a partire dal 10 ottobre, prima data di mobilitazione dell’autunno.

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