Iraq: altre armi non sono la risposta ai danni delle politiche occidentali

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iraqLe commissioni esteri e difesa di Camera e Senato hanno approvato ieri pomeriggio la risoluzione del Governo per l’invio di armi a sostegno delle milizie Kurde nel nord dell’Iraq. Di fronte all’avanzata dell’autoproclamatosi califfato islamico sunnita dell’Isis e alla gravissima crisi umanitaria che sta affliggendo la popolazione civile yazida, cristiana e musulmana della regione, l’Italia e l’Unione Europea sposano la linea militare – per quanto non tramite l’intervento diretto – per la risoluzione dei conflitti, assumendo invece un profilo debole e rinunciatario sul piano del soccorso umanitario e della ricerca di soluzioni politiche condivise.

La scelta di inviare armi (30.000 kalashnikov di produzione sovietica e munizioni) per invertire i rapporti di forza sul campo e tutelare i più deboli è una scelta miope e incapace di cogliere le più dirette conseguenze. Dietro l’angolo si nasconde l’escalation militare, nuove sofferenze per la popolazione, la radicalizzazione del conflitto e degli estremismi; difficile immaginare quali prospettive positive possano profilarsi per la piena autodeterminazione della società civile irakena e per la risoluzione della crisi politica, istituzionale e sociale che affligge da anni il Paese e che costituisce un terreno fertile per l’esacerbarsi dei conflitti e per l’avanzata del fondamentalismo.

Fermare il massacro perpetrato dall’Isis è giustamente divenuto una priorità nel dibattito politico italiano e internazionale, come però non è colpevolmente accaduto per il massacro che continua a colpire la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e che vede ancora una volta protagonista l’Italia come principale fornitore di armi ad Israele. E’ compito, tuttavia, dei Governi coniugare la protezione di chi subisce un attacco di questa natura con una cultura e una pratica della gestione delle crisi umanitarie e internazionali che miri a disinnescare le polarizzazioni e a fornire gli strumenti per l’emancipazione collettiva di popolazioni per decenni condannate alla subalternità.

Per questo motivo rilanciamo l’appello della Rete Disarmo contro la fornitura di sistemi militari nei conflitti in corso e per un protagonismo della Comunità Internazionale di segno radicalmente diverso: orientato alla costituzione di Corpi Civili di Pace, alla realizzazione di interventi umanitari e di corridoi per sfollati e perseguitati, alla promozione dell’autodeterminazione delle popolazioni, della costituzione di istituzioni statuali locali riconoscibili come vettori di partecipazione politica, di benessere collettivo, di accesso alle risorse e di superamento dell’ingiustizia sociale.

Le potenze occidentali hanno gravissime responsabilità nella determinazione dell’attuale situazione in Medio Oriente. La definizione di confini coloniali (quasi mai corrispondenti a identità collettive), la formazione di classi dirigenti locali strettamente legate nella loro ascesa ai partner occidentali, politiche interveniste spregiudicate a tutela dei propri interessi geo-politici ed energetici a geometria variabile hanno per decenni pesato come macigni sulla possibile affermazione di forme di auto-governo, sull’autodeterminazione delle popolazioni e sulla convivenza pacifica fra etnie e religioni diverse.

La guerra in Iraq è ritornata sotto la lente dell’attenzione mediatica solo nelle ultime settimane con l’estensione del territorio controllato da ISIS e con l’aumento vertiginoso del numero di sfollati e del numero di persone in fuga dalle persecuzioni religiose. Questa sovraesposizione, tuttavia, dà facilmente vita nell’opinione pubblica a una lettura distorta dello scenario complessivo della regione. La guerra non è mai di fatto cessata nel Paese colpito dall’invasione della “Coalizione dei Volenterosi” del 2003, capitanata dagli Stati Uniti di George W. Bush e con l’Italia in prima linea. La rottura dei pur precari e contraddittori equilibri esistenti nell’Iraq baathista, la profonda de-strutturazione delle sue istituzioni laiche, l’esercizio del potere autoritario e centralizzato da parte del premier uscente sciita Al-Maliki (appoggiato dai governi occidentali, in primis dagli Stati Uniti, quale garante dei propri interessi geo-politici e geo-strategici) e l’aggravarsi delle condizioni economiche e sociali della popolazione hanno creato le condizioni per il caos politico e l’affermazione di forme di resistenza ispirate radicalismo jihadista. E’ in questo contesto che ha trovato margine di radicamento il fondamentalismo religioso legato al terrorismo internazionale, in un Paese che prima della cosiddetta Seconda Guerra del Golfo non aveva alcuna relazione con il qaedismo.

Fazioni avverse, a partire dalla conflittualità che si esprime sulla faglia religiosa fra musulmani sunniti e sciiti, hanno continuato a darsi battaglia in una lotta per la partecipazione politica, l’accesso alla ricchezza prodotta dalle risorse naturali del Paese e il controllo del territorio. Su queste dinamiche continuano ad intrecciarsi interessi economici esteri e interessi geo-politici macro-regionali. E’ già stato fatto notare da più voci come la strategia occidentale di finanziamento dei ribelli siriani in funzione anti-Assad abbia rafforzato le formazioni jihadiste della regione, quindi più o meno indirettamente anche l’Isis già protagonista di sanguinari attacchi alla popolazione locale nella Siria orientale – anche se nel silenzio dei media internazionali – prima di puntare sull’Iraq settentrionale.

Senza entrare nel dettaglio delle contraddizioni delle relazioni e delle strategie messe in campo nello scacchiere mediorientale da alleati e partner energetici di Stati Uniti e Unione Europea, a partire da Arabia Saudita e Turchia, c’è comunque molto materiale per inchiodare i governi occidentali di fronte alle loro responsabilità, agli errori perpetrati nel tempo e alle drammatiche conseguenze della “democrazia esportata con la guerra”. La scelta di effettuare un’operazione militare come armare una delle parti in conflitto produrrà nuovamente gravi danni e sofferenze ai civili e non contribuirà alla smilitarizzazione dell’Iraq, né all”autodeterminazione della sua popolazione.

Pertanto, in conclusione, chiediamo con forza che la Comunità Internazionale prenda in mano la situazione investendo tutte le proprie energie nei soccorsi umanitari, nella creazione di una forza di interposizione delle Nazioni Unite a tutela della popolazione. Oggi è necessario ripartire dal riconoscimento e dal sostegno di esperienze di auto-governo come quella di Rojava (nel Kurdistan orientale siriano) come modello per la convivenza pacifica fra le varie popolazioni del Medio Oriente, dalla messa in discussione dei confini coloniali riconoscendo le spinte per l’autodeterminazione presenti nella regione – il che non significa sacrificare l’integrità territoriale, ma individuare soluzioni politiche e istituzionali capaci di adattarsi alla bisogni delle comunità presenti sul territorio – e dall’obiettivo di favorire l’edificazione di istituzioni statuali laiche in grado di rappresentare per tutti i gruppi etnici e religiosi dei punti di riferimento collettivi e di tutelare le istanze di partecipazione.

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