Movimenti giovanili, la generazione fuori dal Secolo Breve

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    qualefuturoPubblichiamo di seguito un articolo di Federico Del Giudice, Portavoce Nazionale della Rete della Conoscenza, apparso su Alternative per il Socialismo (numero 30, marzo-aprile 2014)

    L’Europa negli ultimi anni è stata attraversata da molteplici movimenti giovanili. Praticamente tutti i Paesi sono stati pervasi da mobilitazioni che hanno visto scendere in piazza e prendere la parola una generazione nuova, nata dentro il ciclo di riforma neoliberista, una generazione cresciuta dopo il secolo breve, una generazione estranea (sulla carta) alle ideologie che avevano mosso le mobilitazioni del ‘900.

    Stiamo parlando di una generazione che sulla propria pelle ha vissuto un attacco di quella che Gallino chiama la “lotta di classe dall’alto” che ha agito su più binari: attacco all’istruzione, precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare state e restringimento della democrazia.

    In base a dove si rivolgeva l’attacco, in base quindi a quale fosse l’aspetto della vita delle giovani generazioni ad essere intaccato, si sono prodotti movimenti di segno, pratiche e rivendicazioni differenti.

    Per comprendere la prospettiva dei movimenti giovanili e studenteschi è necessario compiere un continuo viaggio tra passato e presente, per capire quali dinamiche si sono sviluppate nei differenti paesi e quale sia lo stato di maturazione di processi propriamente continentali nello sviluppo di nuova conflittualità sociale.

     

    L’attacco ai saperi

    Negli ultimi anni l’Europa ha rappresentato un fronte del processo di privatizzazione dell’istruzione, processo che dagli anni ‘90 ha visto il sorgere dei GATS (General Agreements on Trade in Services) per opera del Fondo Monetario Internazionale e della Direttiva Bolkestein a livello europeo.

    Tale processo è stato contraddistinto a livello globale da alcuni elementi paradigmatici: aumento della tassazione e coeva riduzione degli investimenti pubblici, riduzione degli spazi democratici per gli studenti, introduzione di modelli decisionali aziendalisti e conseguente ingresso dei privati nei Consigli di Amministrazione, introduzione di stringenti criteri di valutazione della didattica e della ricerca improntati su un modello competitivo, riforma dei sistemi pubblici di diritto allo studio spesso sostituiti con forme di indebitamento come i prestiti d’onore.

    Questi processi hanno dato vita a movimenti studenteschi duraturi che hanno investito, in cicli differenti, paesi a capitalismo avanzato come ad esempio Inghilterra e Italia tanto quanto i paesi dell’Est impegnati nel loro processo di trasformazione di economie socialiste in economie di mercato capaci di farli entrare nell’Unione Europea.

    In altri Paesi, come nel caso della Germania e dell’Austria, è stato mantenuto un ottimo livello di diritto allo studio e basse tasse universitarie ma si è agito sulla canalizzazione precoce tra istruzione primaria e secondaria formando un imbuto nei sistemi di istruzione e creando forti elementi classisti di selezione precoce. Oggi, sempre sul modello Tedesco ed Austriaco, tutta l’Europa sta puntando su quella che è chiamata istruzione duale, simile al nostro apprendistato. In questi casi il luogo di lavoro diventa anche il luogo di formazione con l’affiancamento di momenti di istruzione gestiti dal pubblico, andando di fatto ad istituzionalizzare l’abbandono scolastico.

    In questi paesi, proprio grazie ai buoni livelli di diritto allo studio, le mobilitazioni sono state sporadiche e a macchia di leopardo e, per esempio è il caso del Land di Amburgo dove l’istruzione universitaria è stata riportata alla gratuità, hanno potuto giungere a vittoria.

    A vent’anni dall’inizio del processo di privatizzazione dell’istruzione in Europa ci troviamo con alcuni Paesi come Inghilterra e Italia che hanno quasi portato a compimento questo processo. Nel primo caso prima il diritto allo studio è stato sostituito con i prestiti d’onore, poi con il Governo Cameron le tasse universitarie sono aumentate fino a undici mila sterline mentre in Italia con la Riforma Gelmini si sono introdotti i privati nei CdA, sono stati introdotti processi di valutazione altamente competitivi e abbiamo assistito ad un incremento della tasse universitarie.

    Altri Paesi hanno mantenuto un forte impianto pubblico dell’istruzione. In questi Paesi il destino dell’istruzione è intimamente legato a quelle che saranno le politiche di risposta alla crisi: se questi paesi investiranno in innovazione e ricerca i livelli di istruzione pubblica potranno restare alti, altrimenti la strada è segnata già in partenza. Certo è che le politiche di austerità e di contenimento dei conti pubblici fanno tendere i governi verso un generalizzato disinvestimento del pubblico nel mondo dei saperi e delle conoscenze.

    Proprio per il forte legame tra istruzione e austerità oggi le battaglie per i saperi liberi si stanno timidamente rivolgendo verso una dimensione europea del conflitto. Su questo tema la strada è ancora molto lunga, avendo i movimenti studenteschi dei vari paesi differenti storie e dinamiche interne: se da una parte in Francia i sindacati studenteschi esistono dall’inizio del ‘900 in altri paesi hanno storicamente prevalso forme di organizzazione politica differente e, ancora, mentre in alcuni paesi la politica studentesca è istituzionalizzata e quindi da una parte è maggiormente capace di incidere in una dinamica lobbistica dall’altra è meno capace di produrre mobilitazione, in altri i movimenti studenteschi hanno avuto solo la piazza come forma di espressione della propria contrarietà ai processi di riforma.

    Il dato interessante è che negli ultimi anni la battaglia per l’istruzione ha travalicato in molti paesi la mera opposizione alle riforme su scuola e università, andando a parlare del ruolo sociale ed economico che hanno i saperi nei propri paesi ed in Europa. I movimenti studenteschi maturi, infatti, sono riusciti a legare la lotta per l’istruzione pubblica e per gli investimenti in ricerca ed innovazione alla battaglia più generale per un diverso modello di sviluppo che fosse diametralmente opposto a quello che ha scatenato la crisi economica ed ambientale che sta coinvolgendo il globo. Quando questo passo in avanti è stato compiuto i movimenti studenteschi sono riusciti ad interfacciarsi con quelli dei lavoratori (sui modelli e i cicli di produzione) e delle comunità locali (contro il consumo di suolo, per politiche energetiche differenti, ecc.).

     

    Questione generazionale come questione sociale

    Le giovani generazioni negli ultimi anni hanno vissuto un violentissimo processo di precarizzazione non solo lavorativa ma esistenziale. E’ un dato che dalle nuove generazioni si sia fatto leva per aprire il fronte della flessibilità lavorativa creando nella comunicazione mainstream la dicotomia tra garantiti (i “vecchi”) e i non garantiti (i giovani) e, parallelamente, le giovani generazioni hanno subito lo smantellamento del welfare avviato con le politiche di austerità degli ultimi anni.

    Nella lotta contro la precarietà lavorativa e per un diverso modello di welfare si sono sviluppati numerosi movimenti organizzati come contro il Contrat Première Embauche (CPE) nel 2006 in Francia e nella lotta contro le politiche della Troika in Grecia come in Portogallo. Tali movimenti hanno spesso avuto connotazioni fortemente generazionali ma si sono interfacciati a temi generali e hanno marciato unitamente in mobilitazioni di tutta la società costituendone un’avanguardia.

    Altre volte è successo che un movimento sia partito da situazioni molto particolari ma siano riusciti a culminare con un’opposizione sociale generale alle politiche di austerità e di precarizzazione delle esistenze. Questo è successo, per esempio, in Italia quando il movimento partito per contrastare la Riforma Gelmini si è allargato ad un’opposizione generalizzata alle politiche di austerità del Governo e contro le politiche di precarizzazione delle esistenze delle giovani generazioni. Nel caso Italiano del 2010 il movimento studentesco è riuscito ad aggregare un’intera generazione che altrimenti non aveva modo di esprimersi e di mobilitarsi vittima anche della crescente frammentazione sociale.

    E’ da sottolineare come in tutti questi movimenti si sia affacciata una generazione fortemente spoliticizzata e che si mobilita con più difficoltà rispetto ad altre fasi storiche. Il dato interessante, per esempio, è stata la fortissima mobilitazione delle periferie delle metropoli, territori che negli ultimi anni si sono riempiti di giovani figli della classe media proletarizzata e che è stata costretta a muoversi dai centri alle “cinture” delle grandi città, territori sempre più privi di servizi e attività culturali e politiche.

    Proprio nelle periferie negli ultimi anni si sono sviluppati in tutta Europa fenomeni che apparentemente hanno poco a che vedere con i movimenti organizzati. La rivolta nelle banlieu francesi nel 2005 o i riots nelle periferie inglesi nel 2011 hanno rappresentato delle fiammate con un altissima conflittualità che hanno fatto emergere agli occhi dell’opinione pubblica europea i settori più marginali della piramide sociale. E’emerso sicuramente il tema dell’immigrazione e delle politiche di integrazione, ma più in generale di sta affacciando sulla scena pubblica il nodo di quelli che in statistica vengono denominati NEET (Not in Education, Employment or Training), una fascia di popolazione che ha concluso gli studi o ne è stata espulsa e che non trova lavoro o è scoraggiata nel cercarlo. Le nostre città si stanno sempre più riempiendo di questo settore della società che non è rappresentato socialmente né da movimenti studenteschi né dai sindacati dei lavoratori e vive sulla propria pelle il più violento processo di proletarizzazione causato dalle politiche neoliberiste di austerità.

    Su questo fronte i movimenti sociali maturi non hanno aspettato che questi soggetti si interfacciassero alle e nelle mobilitazioni ma li hanno cercati. In Grecia con le esperienze di mutuo soccorso, in Spagna costruendo assemblee degli “indignados” nei quartieri periferici e non solo più nei centri cittadini, i movimenti hanno cercato la strada del radicamento sociale in profondità, hanno sperimentato pratiche innovative che travalicassero la piazza e si collocassero in una riscoperta del mutualismo e della solidarietà sperimentando tramite la messa in rete pratiche immediate di contrasto all’austerità che superassero la mera vertenzialità.

     

    Democrazia e cittadinanza

    Oggi tutti i movimenti studenteschi e giovanili hanno però vissuto sulla propria pelle l’incapacità di “portare a casa” vittorie significative. Solo in quei paesi in cui la situazione economica e sociale permette ancora un buon livello di stato sociale i governi hanno arretrato nelle loro volontà riformatrici. In tutti gli altri paesi, specialmente i PIIGS, abbiamo assistito ad un restringimento degli spazi democratici che impediscono ogni possibilità dei movimenti di incidere sulle politiche pubbliche. Lo si è visto in Italia nell’opposizione alla Riforma Gelmini, lo si è visto in Grecia nell’opposizione alla Troika ma lo si è visto anche nelle scorse settimane ad Amburgo quando interi quartieri sono stati sottoposti a misure repressive in risposta alle forti proteste nate per il rischio di sgombero del centro sociale storico “Rote Flora” e dei migranti che avevano occupato alcune case.

    Nel momento in cui gli spazi di democrazia vengono ridotti nelle scuole e nelle università, nei luoghi di lavoro e sui territori e nel momento in cui gran parte del lavoro precario non ha alcuna forma di rappresentanza, un’intera generazione si è accorta negli ultimi anni della necessità di legare le battaglie vertenziali proprie con una più generale battaglia per la democrazia e la partecipazione. Non è un caso che il movimento spagnolo del 15M sia partito dalla piattaforma Democracia Real Ya che, come dice il nome stesso, mette al centro la questione democratica affiancata dalle rivendicazioni sociali della generazione sin casa, sin trabajo, sin miedo e non è un caso che i momenti di convergenza europea dei movimenti abbiano assunto il contrasto agli odierni meccanismi di governance come elemento paradigmatico. Lo dimostra anche l’esperienza di Blockupy Frankfurt che rappresenta una delle prime esperienze di unione di movimenti sociali differenti, giovanili e non solo, dopo il naufragio degli Europeans Social Forums che avevano preso vita all’inizio del decennio scorso.

    Queste nuove esperienze nascono dal contrasto diretto tra potere economico (simboleggiato dalla BCE, dal Fiscal Compact, dal Two Pack, ecc.) e democrazia. L’aspetto positivo, quindi, è che i movimenti giovanili e studenteschi stiano acquistando la consapevolezza che solo su un piano europeo si possa muovere quel conflitto capace di allargare i diritti e fondare un nuovo concetto di cittadinanza. Ancora però la strada è molto lunga essendo stata l’Europa più un tema di teoria politica che uno spazio di conflitti coordinati. Per far avvenire questa trasformazione sarà quindi necessario “cedere sovranità” a tali momenti di convergenza lasciando alle spalle gli egoismi nazionali ma, soprattutto, riducendo la dicotomia tra quelli che in Europa hanno visto la possibilità di creare advocacy e quelli che hanno costruito antagonismo su un piano nazionale.

     

    La riformabilità dell’Unione Europea

    Quello che i movimenti sociali si trovano davanti, non solo quelli giovanili, è il dilemma centrale di questa fase storica: è riformabile il modello sociale dell’Europa?

    Dopo che la crisi è stata utilizzata come ariete per modificare i sistemi di welfare, i modelli di istruzione e il mercato del lavoro, quanti diritti oggi sono riconquistabili nel breve periodo? Questa domanda se la sono posti, per esempio, quegli studenti che per protestare contro la chiusura di mense o studentati si sono convinti ad occuparli ma, mentre qualche anno fa l’ente locale o il governo nazionale potevano dare risposte concrete ed immediate investendo fondi e riaprendo quelle mense e quegli studentati, oggi è un dato oggettivo che le politiche di contenimento dei bilanci precludano spesso, non sempre, la possibilità di condurre una vittoria “vertenziale”.

    In alcuni paesi come la Grecia o la Spagna, per il perdurare della crisi e il restringimento repentino delle finanze pubbliche i cittadini e le cittadine non si sono ritrovati alcuna alternativa se non autogestire dal basso quello che prima veniva offerto dallo stato. Sono fioccate le mense popolari, i doposcuola e gli ambulatori autogestiti in una riscoperta di quel mutualismo radicale che sembrava essere tramontato alla fine dell’800 con l’introduzione dei sistemi pubblici di welfare. Per esempio in Italia la situazione non è ancora a questo livello anche se da anni si sono sviluppati movimenti di lotta per la casa che hanno risposto all’assenza di politiche abitative pubbliche.

    A prescindere da quale sia la gravità della situazione nazionale oggi i movimenti non possono agire senza un’idea alternativa e innovativa di welfare (che si lega strettamente all’idea di democrazia) che possa agire in maniera contro egemonica rispetto alle politiche di austerità imposte dalle classi dominanti.

    Senz’altro sono stati compiuti dei passi indietro rispetto a quella fase espansiva dei movimenti rappresentata dai primi Social Forum di Porto Alegre, quando, sospinti anche dalle esperienze sud americane, arrivò in Europa una ventata di aria fresca nell’elaborazione sulla democrazia, sul welfare e sui beni comuni.

    Nonostante ciò già si stanno profilando di fronte a noi le tappe di un processo di mobilitazione europea che potrà segnare il 2014.

    In primis il sopra citato Blockupy Frankfurt che culminerà con le iniziative nella città tedesca in autunno ma che già dalla settimana antecedente alle elezioni europee ha convocato una settimana di iniziative dislocate su tutto il territorio continentale per dettare i temi dell’agenda europea dei movimenti.

    Di grandissimo interesse sarà il Summit Intergovernativo sulla Disoccupazione Giovanile che si svolgerà in Italia nel luglio prossimo. Se le forze sociali organizzate riuscissero a comporre una piattaforma di base vorrebbe dire prendere parola e costruire un complesso di rivendicazione sui temi quali il lavoro, le politiche di welfare, l’istruzione e la democrazia che accompagnerebbe i movimenti sociali, specialmente generazionali, per tutto l’arco del semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea e, quindi, per tutto l’autunno prossimo. La sfida oggi diventa costruire uno spazio ampio e plurale su un livello continentale capace di radicarsi nelle pieghe della società, laddove vivono le subalternità e le marginalità attorno alle quali va ripensato il modello sociale, democratico e di sviluppo.

    Nel caso in cui non si costruiscano movimenti generali il rischio che si corre è che le giovani generazioni vengano assorbite in movimenti conservativi (o reazionari) e depoliticizzati come hanno dimostrato i forconi nel Dicembre scorso. In questo senso il compito non spetta solo alla società civile organizzata: per rispondere ai problemi democratici innervati nella nostra società servirebbe una rinascita della politica e della partecipazione a tutto tondo, a partire dal ripensamento dei partiti che sempre più si sono schiacciati in dinamiche istituzionali sorde alle istanze delle piazze e che hanno prestato il fianco, in questo modo, all’attacco ai diritti e alla sconfitta dei movimenti negli ultimi anni.

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