La mafia uccide, ma non elimina, non vince.

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    La mafia uccide. Nonostante qualcuno si ostini ancora a dire che non è così, la mafia uccide.

    Uccide prima di tutto chi si arrende ad essa, chi si rassegna a vedere la propria terra stuprata da interessi economici, dalla violenza, dalla legge della giungla, del più forte, che spicca sulla parola, sul confronto democratico, sulla volontà di far crescere il territorio.

    La mafia uccide, ma non elimina, non vince.

    Non elimina, e non potrà mai farlo, il ricordo. Ricordo di attimi, di volti, di parole, di gesti seriosi oppure vivaci, satirici, irriverenti.


    Non può eliminare esempi come Peppino Impastato. Nonostante i depistaggi, le minacce ai familiari nel corso degli anni, le tracce di invciviltà umana, di non pentimento. Non potrà eliminare il ricordo e l’esempio di chi ha scelto di combatterla, mettendo a rischio la propria vita, ma soprattutto creando aggregazione attorno a una tematica difficile, soprattutto quando si tratta di un paese a pochi chilometri da Palermo, e quando si appartiene a una famiglia mafiosa.


    Non dev’essere facile combattere prima di tutto la propria famiglia, prima ancora che un’organizzazione criminale


    il 9 maggio 1978 non è solamente la data del ritrovamento di Aldo Moro, del lutto per lo statista ucciso dalle BR, ma anche quella del ritrovamento dei resti di Peppino Impastato.

    Peppino, classe 1948, aveva detto “basta” alla mafia, alla propria famiglia che vi apparteneva, a un sistema culturale arretrato e violento, oppure che non aveva la forza e il coraggio di sollevarsi contro chi imponeva la propria forza, spesso omicida.


    A 30 anni ha pagato la propria scelta, consegnando la propria vita, ma non il proprio esempio, che neanche con depistaggi nelle indagini si è riusciti a scalfire, ma che anzi ha dato nuovo coraggio, a Felicia per prima, la madre, che si ribella a chi le aveva portato via il figlio. A Giovanni, il fratello minore, che con coraggio ha portato la storia di Peppino avanti nel tempo. Ai Compagni di sempre, che hanno lottato, uniti, contro chi si era scagliato brutalmente contro Peppino, vedendo proprio nella sua irriverenza, la minaccia più grande.


    A 34 anni di distanza, Peppino Impastato è ancora vivo, col suo esempio di lotta alla mafia, a chi distrugge, senza pietà, tutto.

    Il suo esempio, vivo nel cuore di migliaia di studentesse e studenti, deve essere portato con maggiore forza nei luoghi di formazione. La mafia uccide, lo fa ancora, ma non può eliminare la bellezza delle nostre idee.

     

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