Monti e la monotonia della precarietà

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    È monotono questo clima politico gattopardesco, un clima di specchi e illusioni, di grandi proclami e ridicoli tentativi di far dimenticare il passato.

    E allora ogni tanto arrivano le esternazioni imbarazzanti di qualche componente del governo, a svegliarci dall’incanto della sobrietà e dello stile.

    L’elogio di Mario Monti e del suo insuperabile stile, questa volta subisce una battuta d’arresto, non per le parole di un suo collega come il viceministro Martone e il suo “sfigati”, ma per quello che sicuramente a breve definirà un fraintendimento, dovuto a una semplificazione giornalistica di un pensiero complesso.

    Non è così.

    Quel che ha detto Monti è esattamente la brutale sintesi di un pensiero semplice e perdente: più mercato, più concorrenza, meno tutele, meno diritti, e nella giungla vince il merito. Gli altri? Un tempo si chiamano “esercito industriale di riserva”. La massa di disoccupati pronta ad accettare qualunque condizione pur di lavorare, ciò che consente ai datori di lavoro, di sfruttare, usare, consumare e gettar via, rimpiazzando.

     

    L’unica monotonia che conosciamo è confrontarci ogni giorno con ucna retorica che da ogni giornale ci dice che per vivere meglio servono che la collettività si sacrifichi per il mercato, e il singolo si pieghi alle esigenze dell’impresa.

    Si prova a far passare come giusto un principio insidioso, perché condivisibile da molti. Non tutti i giovani vorrebbero il lavoro a tempo indeterminato, o almeno non mettono la durata del contratto in cima ai propri bisogni. Ogni mese migliaia di giovani lasciano l’Italia, si mettono in discussione, inventano e si inventano, e soffrono mille problemi, tutt’altro che monotoni.

    Dover chiedere un aiuto ai propri genitori per mantenersi dopo i 30 anni, non avere i soldi per le bollette o l’affitto, non poter programmare nulla della propria vita e magari di una vita di coppia. Cosa c’è di monotono in questa frustrazione, caro Monti?

    Ma non è solo un problema generazionale, quanti cassaintegrati over 50 si ritrovano disoccupati? Effettivamente rimanere a casa senza un lavoro dopo anni di banale e noioso posto fisso deve essere davvero monotono, vero Monti?

    Ma non si tratta solo di un problema di lessico, anche se “le parole sono importanti”. Il tema centrale sono le risposte concrete per sconfiggere questa drammatica situazione che ci tiene sulle spine e non ci fa gettare nella quotidiana monotonia.

    Serve un welfare universale, un reddito minimo fissato al 60% del salario medio. È un provvedimento importante, ce lo chiede l’Europa, la stessa UE cui rispondere ubbidienti se ci chiede tagli e austerity, ma da ignorare se ci invita ad adottare misure di welfare che esistono in tutt’Europa tranne Italia, Grecia e Ungheria.

    Serve eliminare la giungla dei contratti, 46 tipologie differenti rendono la vita davvero troppo poco monotona, e di questo passo finiremo anche per annoiarci di collezionarli, tutti questi contratti.

    E poi, caro Presidente, la smetta di imporre sacrifici in nostro nome, la smetta di dire che sta smantellando il welfare, i diritti di quei pochi che ne anni, per darne a noi. È falso, a noi non sta dando nulla se non macerie, ai nostri padri sta togliendo quel poco che avevano.

    Ciò che troviamo monotono è sentir dire quotidianamente che la situazione drammatica dell’Italia sarebbe colpa dei nostri padri, vissuti al di sopra delle proprie possibilità. La smetta, caro presidente del consiglio, di insultare i nostri padri, che qui se c’è qualcuno che ha vissuto sopra le nostre possibilità è chi ne ha profittato per anni, sono le imprese private come la FIAT, che per anni anno prosciugato le nostre risorse e ora distruggono i nostri diritti, o i suoi amici delle banche e dei grandi gruppi di investimenti e della finanza che hanno accumulato debito privato per centinaia e centinaia di miliardi e ora lo riversano sul debito pubblico. Ma d’altronde, la vita dello speculatore, quella si che è una vita divertente!

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